domenica 13 dicembre 2020

Vita e destino” è uno straordinario romanzo che potrebbe essere definito la “Guerra e pace” del XX secolo. Rivive l’epopea della battaglia di Stalingrado, attraverso una miriade di personaggi, non solo sovietici ma anche tedeschi, le cui travagliate vicissitudini delineano un efficace ritratto dei due regimi in lotta, il nazismo e il comunismo. Ogni epoca ha una città che la rappresenta e ne costituisce l’anima, la volontà. La seconda guerra mondiale è stata un’epoca dell’umanità e in quegli anni Stalingrado è stata la capitale del mondo. Stalingrado era i pensieri e le passioni del genere umano. Krymov aveva l’impressione che la storia non fosse più un libro, ma che fosse confluita nella vita vera, confondendosi con essa. Mentre Tolstoj non esitava ad affermare la superiorità del popolo russo, del suo carattere e dei suoi condottieri, Grossman appare molto più realista e non nasconde che le ideologie nazista e stalinista non differiscono poi troppo tra loro, avendo entrambe tra i loro segreti propositi quello di asservire la libertà degli individui a un superiore obiettivo, quello dello Stato totalitario. Stalin costruisce quel che serve allo Stato, e non all’uomo. L’industria pesante serve allo Stato, non all’uomo. La gente non se ne fa nulla del canale tra Mar Bianco e Mar Baltico. Le esigenze dello Stato sono a un estremo, quelle dell’uomo all’altro. E non si concilieranno mai». Il comandante nazista del lagher, Liss, riesce a turbare il prigioniero bolscevico tutto d’un pezzo Mostovskoj affermnando: «Quando io e lei ci guardiamo in faccia, non vediamo solo un viso che odiamo. È come se ci guardassimo allo specchio. È questa la tragedia della nostra epoca. L’ipostasi più evidente di questa situazione è quella dei campi di concentramento dove milioni di persone (e qui lager e gulag hanno veramente pochi punti di discontinuità) sono morte e hanno lavorato in condizioni di schiavitù. L’autore si domanda come possano essersi sviluppati all’insaputa o con la condiscendenza del popolo Era in piedi di fronte a Mostovskoj con i suoi miseri abiti e lo straccio in mano, austero, inflessibile, convinto di essere nel giusto, certo del proprio diritto più che divino di fare della causa che serviva il giudice sommo dei destini umani. Perché che cosa poteva, lui, contro la volontà di forze possenti come una guerra mondiale, un poderoso movimento nazionalista, un partito implacabile e uno Stato coercitivo? Chi ha peccato ha conosciuto sulla sua pelle la potenza – sterminata – di uno Stato totalitario, una forza tremenda che incatena la volontà umana con la propaganda, la fame, la solitudine, il lager, la minaccia di morte, l’anonimato, l’ignominia. Ogni passo che compie sotto la minaccia della miseria, della fame, del lager e della morte, l’uomo ha sempre e comunque accanto la propria volontà, libera e senza catene. Il destino prende per mano l’uomo, ma l’uomo lo segue perché vuole ed è comunque libero di non farlo. Il destino prende per mano l’uomo e l’uomo diventa strumento di forze di sterminio: perché ci guadagna, non perché ci rimette. Lui lo sa bene e sceglie di guadagnarci; il destino e l’uomo avranno anche scopi diversi, ma la strada è una sola. I personaggi del romanzo appartengono alle più varie tipologie: dai militanti più fanatici ai cittadini ideologicamente meno ossequiosi, scorrono nelle sue 800 pagine tantissimi esemplari umani, tutti omologati dal conformismo del terrore, in un periodo in cui bastava una semplice battuta o una parola fuori posto per perdere il posto di lavoro o, peggio, per finire deportati in Siberia. A volte l’odio tra chi appartiene allo stesso partito e ha opinioni che si distinguono solo nelle sfumature è maggiore dell’odio verso chi del partito è nemico. Si respira ovunque un clima asfissiante e kafkiano, che l’emergenza bellica attenua solamente in parte, visto che anche al fronte imperversano i commissari di partito, i quali vigilano con ottusa solerzia affinché non venga mai meno nemmeno nelle trincee l’ortodossia ideologica del regime. Aveva portato in tribunale gli ingegneri del Kuzbass che avevano nostalgia della famiglia a Mosca. Aveva fatto condannare quaranta operai socialmente ambigui che avevano lasciato il cantiere per tornare al paese. E aveva rinnegato suo padre, un borghese. Essere inflessibili era una gioia. Esercitando la sua discrezionalità Abarčuk affermava la sua forza interiore, il suo ideale, la sua purezza. Era questa la sua consolazione, la sua fede. Eppure, anche in questo clima opprimente, in cui Stalin e Hitler sono al di sopra di ogni critica, in cui le carriere, le assegnazioni degli alloggi e perfino gli approvvigionamenti dipendono dalla capacità di ingraziarsi gli alti papaveri del partito più che da meriti e bisogni reali, e in cui non si può parlare liberamente perché tutti sospettano di tutti, anche in questo clima –dicevo – serpeggia un anelito di libertà, magari sotto forma di subdoli dubbi che nascono anche all’interno delle personalità più fanatiche, facendone traballare la fede cieca Quel che ho da dirti è che... Abbiamo sbagliato. E il nostro errore ha portato a questo. Non abbiamo mai capito cosa fosse la libertà. L’abbiamo soffocata mentre invece è la base, il senso, il fondamento di ogni fondamento. Senza libertà la rivoluzione proletaria non esiste. Il fatto è che Grossman è un umanista autentico, e la guerra o la politica gli interessano solo in quanto costituiscono un tramite per parlare della vita (non è un caso che la parola sia finita nel titolo). Come Tolstoj riflette profondamente sul senso della storia così Grossman riflette sul grande mistero del male. Quello che può sembrare solo un vasto, appassionante affresco storico si rivela infatti, ben presto, per ciò che è: una bruciante riflessione sul male. Del male, Vasilij Grossman svela con implacabile acutezza la natura, che è menzogna e cancellazione della verità mediante la mistificazione più abietta: quella di ammantarsi di bene, un bene astratto e universale nel cui nome si compie ogni atrocità e ogni bassezza, e che induce a piegare il capo davanti alle sue esigenze. «Molti libri sono stati scritti su come combattere il male, su cosa sia il male e cosa il bene. «Ma resta, inconfutabile, un cruccio: là dove si leva l’alba del bene eterno che mai sarà vinto dal male – quel male, anch’esso eterno, che mai trionferà sul bene –, là muoiono vecchi e bambini e scorre il sangue. E dinanzi al male della vita non solo gli uomini, ma anche Dio è impotente. «E allora, forse, è la vita il male? «Ho visto la forza incrollabile dell’idea del bene sociale, che è nata nel mio paese. L’ho vista nel periodo della collettivizzazione forzata e nel Trentasette. Ho visto uccidere nel nome di un ideale bello e umano come quello cristiano. Ho visto le campagne morire di fame, e i figli dei contadini che morivano tra le nevi della Siberia; ho visto le tradotte che da Mosca, Leningrado e altre città della Russia portavano in Siberia centinaia di migliaia di uomini e donne, i nemici della grande, luminosa idea del bene sociale. Era un’idea bella e grande, e ha ucciso senza pietà, ha rovinato le vite di molti, ha separato le mogli dai mariti, i figli dai padri. «Ora sul mondo incombe il grande orrore del nazismo tedesco. L’aria è impregnata delle grida e dei lamenti dei giustiziati. Nero è il cielo, e il sole si è spento nel fumo dei forni crematori. «Ma anche questi crimini – inauditi non solo per l’Universo, ma anche per gli uomini di questa Terra – sono compiuti in nome del bene. «Che la vita sia davvero il male? La gente comune ha nel cuore l’amore per gli esseri viventi, ama la vita e ne ha cura in modo naturale e spontaneo, è felice del calore della propria casa dopo una giornata di lavoro e non accende roghi e falò sulle piazze. «E dunque oltre al bene grande e minaccioso esiste la bontà di tutti i giorni. una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie. La bontà illogica, potremmo chiamarla. La bontà degli uomini al di là del bene religioso e sociale. E ho visto che nella lotta contro il male non è l’uomo a essere impotente: per quanto poderoso, il male non può nulla nella sua guerra contro l’uomo. La bontà è debole, fragile: questo è il segreto della sua immortalità. Essa è invincibile. Più è sciocca, più è illogica e indifesa, tanto più è imponente. Il male non può nulla contro la bontà! La sua prosa semplice, precisa, sincera, didascalica nel senso migliore del termine, mette infatti i suoi personaggi al centro di drammatici conflitti di coscienza, tanto nell’eccezionalità di una battaglia quanto nella normalità della vita quotidiana. Ad esempio, lo scienziato Strum, la cui ramificata famiglia è al centro di “Vita e destino”, vive sulla sua pelle l’ostracismo della comunità in cui lavora, in quanto, nonostante le sue geniali scoperte nel campo della fisica nucleare, è considerato dal partito ideologicamente ambiguo (probabilmente anche perché ebreo), ma, pur caduto in disgrazia, è confortato dal sollievo di non aver voluto umiliarsi in una autoconfessione pubblica; quando però, con un vero e proprio coup de théâtre (la telefonata di Stalin), viene reintegrato nei suoi diritti e nei suoi privilegi, finalmente ammirato da tutti come un esempio di rettitudine morale, non riesce a resistere alle subdole lusinghe del partito e accetta di firmare una ripugnante lettera in cui si schiera apertamente contro alcuni onesti colleghi incarcerati con risibili accuse, con ciò condannandosi a una vita di recriminazioni e di rimorsi. Com’è strano l’uomo! Prima sarebbe stato capace di rinunciare alla sua stessa vita, ora non aveva la forza di dire no a qualche zuccherino. Aveva firmato per torbida, disgustosa, prona obbedienza. Deboli possono essere i giusti come i peccatori. La differenza è che, compiuta un’opera buona, un uomo meschino se ne vanta in eterno, mentre il giusto non si accorge nemmeno delle sue buone azioni, ma ricorda in eterno un peccato che ha commesso. Di fronte ad analoghi dilemmi si trovano anche Krymov (che da delatore per il bene della rivoluzione si trova ad essere a sua volta accusato e imprigionato), Novikov (che decide a rischio della sua carriera di ritardare di pochi minuti l’ordine di attacco giuntogli dagli alti comandi pur di salvaguardare la vita dei suoi soldati), e così via, fino al più insignificante kapò di un campo di concentramento. Tutti hanno la possibilità, per quanto infinitesimale, di cambiare il proprio destino (ecco la seconda parola del titolo) con una scelta autonoma che modifichi il corso degli eventi. Ed è proprio in questa facoltà, che è al contempo diritto e dovere di ogni essere umano, che si manifesta la sua profonda natura. Grossman è affascinato dalla eterna lotta tra l’umanità che è dentro ogni uomo e le forze, a volte potenti e soverchianti, che cercano in tutti i modi di annientarla. e per quanto sapessero tutti che in epoche tremende l’uomo non è più artefice del proprio destino e che è il destino del mondo ad arrogarsi il diritto di condannare o concedere la grazia, di portare agli allori o di ridurre in miseria, e persino di ridurre in polvere di lager, tuttavia né il destino del mondo, né la storia, né la collera dello Stato, né battaglie gloriose e ingloriose erano in grado di cambiare coloro che rispondono al nome di uomini; ad attenderli potevano esserci la gloria per le imprese compiute oppure la solitudine, la disperazione, il bisogno, il lager e la morte, ma avrebbero comunque vissuto da uomini e da uomini sarebbero morti, e chi era già morto era comunque morto da uomo: è questa la vittoria amara ed eterna degli uomini su tutte le forze possenti e disumane che sempre sono state e sempre saranno nel mondo, su ciò che passa e ciò che resta. Il risultato non è mai scontato (e la pietà dello scrittore per chi non ce la fa lo dimostra), spesso perfino le personalità migliori sono costrette, per debolezza o viltà, a soccombere, ma – è questo il messaggio più consolante, il testamento spirituale che ci ha lasciato Grossman – l’umanità non può mai essere sconfitta definitivamente (grazie magari all’inatteso gesto di una vecchia russa che aiuta un prigioniero di guerra tedesco in difficoltà, o alla scelta del comandante Grecov di far tornare nelle retrovie, e così risparmiar loro la vita, una coppia di soldati innamorati la notte prima della capitolazione del suo avamposto, o alla commovente decisione di Zenja di rinunciare al proprio amore pur di aiutare il suo primo marito rinchiuso in prigione), e l’anelito alla libertà è troppo forte per costringere gli uomini a piegarsi a lungo sotto il giogo innaturale di dittature e regimi autoritari. Ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali, è impensabile… E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne. Le assemblee umane hanno un unico scopo: conquistare il diritto a essere diversi, speciali, il diritto di sentire, pensare e vivere ognuno a suo modo, ognuno a suo piacimento. All’indomani di un olocausto risorgerà sempre l’Uomo Nuovo, l’uomo che, anche senza essere mosso da ideali religiosi (Dio è quasi del tutto assente dalle pagine del laico Grossman), saprà tirare fuori dal profondo di se stesso quegli insopprimibili valori di fratellanza, di compassione e di giustizia che da millenni hanno accompagnato l’umanità lungo il suo lungo e travagliato cammino «La storia degli uomini non è dunque la lotta del bene che cerca di sconfiggere il male. La storia dell’uomo è la lotta del grande male che cerca di macinare il piccolo seme dell’umanità. Ma se anche in momenti come questi l’uomo serba qualcosa di umano, il male è destinato a soccombere».

martedì 22 gennaio 2013

Il Peccato di Isotta



Un’ umanista moderna riscopre e racconta una grande umanista veronese del XV secolo: Isotta Nogarola, facendo rivivere la Verona del tempo  con i suoi paesaggi urbani, i mercati, le chiese, le dimore patrizie sede d’incontri di politici e letterati. 
Frutto di una scrupolosissima ricerca, alternando citazioni e profondi afflati poetici, quello di Anna Pacifico è un romanzo storico coltissimo ed eruditissimo che dimostra una grande capacità di introspezione per la sapienza, la delicatezza e la profondità con la quale  va raccontando il dramma  di Isotta. Votata allo studio delle lettere e condannata ad un ruolo di comprimarietà dalle consuetudini del suo tempo che accetta, pur non condividendole, ella non cessa mai di combattere per la sua liberazione senza scorrettezze nè furberie accettando di pagare di persona ed anzi infliggendosi da se stessa la punizione: un esempio fulgido per la nostra età decadente che ha fatto del profitto, della frode e dell’impunità i suoi valori portanti . Isotta, quasi una femminista ‘ante litteram’, e si ritaglia un posto di spicco nel panorama letterario italiano ed europeo, vivendo nel contempo la sua sofferta storia d’amore. 
“La lettura apre l’animo, lo purifica, lo allena a decifrare sentimenti ed intenzioni, ad affinare il giudizio, a soppesare le sofferenze e la disperazione”  ed è proprio questo il lavoro che l’autrice svolge nel suo romanzo lasciandoci il senso del dramma vissuto da Isotta ma anche una grande serenità, un abbandono totale. L’ultima parte del romanzo è la più intima, malinconica, poetica. la vita della protagonista si spegne piano piano come la fiammella di una candela consunta “..quando si dimettono ad uno ad uno gli affetti più cari, è come morire a poco a poco.”,  ” ..mi hanno abbandonato i demoni e gli angeli, e con essi se ne sono andati anche i miei sogni”.  La figura della protagonista, uscita dalle nebbie della storia e fatta rivivere nelle pagine di Anna Pacifico, vi ritorna sfumando a poco a poco  e parlando di Eutimia, la sua creatura spirituale dichiara: “nessuno potrà mai conoscere il suo vero volto. Esso mi appartiene, come l’altra faccia della luna appartiene alla notte” perchè in realtà “dei nostri giorni resta così poco e soltanto quel che vogliamo, il resto dell’opera lo setaccia il tempo”.
Un romanzo storico-poetico quindi che non è una cronaca perchè come dichiara l’autrice: “oltre le pagine di qualsiasi ricostruzione storica, restano ‘le porte dei morti’, quelle sbiadite cicatrici che marchiano le antiche dimore, a custodire tutte le  risposte possibili alle istanze dell’immaginazione”

domenica 20 gennaio 2013

La vita di Pi



Un libro che è uno straordinario racconto d'avventura e al tempo stesso una metafora della vita: "il mondo e' come lo percepiamo, giusto? Nel percepirlo ci aggiungiamo sempre qualcosa, e la vita diventa una storia" . Potrebbe essere accostato a "La strada" di Cormac McCarthy perché riflette sul significato della vita in condizioni estreme, quando non c'è più nulla che possa giustificare la lotta, quando la vita stessa e' solo fatica, sofferenza, buio. Eppure nel libro di Yann Martel c'è una grande serenità di fondo che deriva dal senso religioso del protagonista, una religiosità non strutturata, Dio e' presente, c'è', e' il Dio nella sua concezione più alta "Colui che è " tanto che il protagonista diventa contemporaneamente induista, cristiano e musulmano perché   ".. tutte le religioni  sono vere. Io voglio solo amare Dio" . Per Pi e' impossibile pensare che Dio non esista: " gli atei sono fratelli e sorelle di un altro credo. Ogni loro parola e' impregnata di fede. Percorrono fino in fondo il cammino della ragione, ma poi fanno un salto, proprio come me." La vicenda ha connotati altamente drammatici ed a tratti raccapriccianti (parlando di naufraghi torna alla mente la zattera della medusa con tutto il suo carico di crudeltà ) ma su tutto prevale in ogni istante l'amore per la vita :" la vita e' così bella che la morte se ne innamora. Un amore possessivo e geloso che afferra tutto ciò che può ", il rispetto per tutti gli esseri viventi: Pi, vegetariano, a distanza di anni prega ancora per le tartarughe ed i pesci che ha brutalmente ucciso per sopravvivere. Tutta la vicenda e' inoltre una grande metafora: domare la tigre che lo tiene in vita e' domare la parte più selvaggia di noi, quella che ci consente di reagire alle avversità ma che tenderebbe a prendere il sopravvento ed annientarci come uomini. Un libro ben scritto, forse un po' lento all' inizio ma poi incalzante e commovente nel quale ci sono tutti gli elementi tradizionali del libro d'avventura, compresa l'isola misteriosa. Un racconto sospeso come e' sospeso il protagonista tra mare e cielo, realtà' resa molto bene dal cinema con inquadrature nelle quali la scialuppa sembra fluttuare nel cielo,  con plancton e pesci luminescenti che si confondono con le stelle.  Il Film molto e' fedele al libro (fa eccezione l incontro in mezzo al Pacifico del naufrago francese che finisce poi tra le fauci della tigre), anch'esso un po' lento all'inizio ma poi coinvolgente, disturba solo un poco l'eccessiva impronta new age, ma nel complesso merita un giudizio decisamente positivo.

domenica 12 febbraio 2012

Il nuovo film di Martin Scorzese è un capolavoro: fotografia impeccabile ottimizzata per il 3d, malinconico, nostalgico, commovente, poetico, delizioso. Sicuramente segnerà la storia del cinema per l'uso della tecnologia 3D mai troppo invadente, mai fine a se stessa ma fluida e naturale, onirica, coinvolgente.
Alcuni personaggi poi sono indimenticabili come il cattivo poliziotto della stazione, citazione dei film dei primordi,come pure l'ambientazione in una grande stazione parigina, personaggio reale e caricatura al tempo stesso. Una trama semplice, avvincente condita di buoni sentimenti e buoni propositi nonché dall'amore e dalla nostalgia per i pionieri del cinema in particolare per Georges Melies pioniere degli effetti speciali.

giovedì 22 dicembre 2011

IL COLA



Ci sono persone che non sono persone normali: sono una visione, un alito di vento, un soffio di vita, un sogno... "Cola" era uno di questi. Quando nella Sacra Scrittura leggi: ".. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre Egli se n'andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? ..." se hai conosciuto Nerio Marini non puoi non identificarlo con uno di quegli "uomini in bianche vesti". Se gli angeli si manifestano in qualche modo in questo mondo essi prendono le sembianze di queste persone.
Sono uomini umili, semplici come il "cola" che si muoveva sempre in bicicletta (ed in bicicletta è morto, travolto da un TIR),che non aveva famiglia se non la Croce Verde, sono uomini allegri, sorridenti, aperti al prossimo, sono quelli che ti fanno compagnia nella solitudine, che ti soccorrono nel bisogno, che gioiscono con te e con te soffrono e piangono. Oggi tutta la città ha perso un fratello maggiore.

lunedì 1 agosto 2011

Il clandestino delle stelleVoyager 1 va nell'universo



Dopo trentaquattro anni la sonda sta lasciando il Sistema solare per la Via Lattea. Con sé porta il celebre "Disco d'oro", con la speranza che anche gli altri abitanti dell'Universo possano ascoltare Chuck Berry e Beethoven


di VITTORIO ZUCCONI

La prima immagine della Terra vista dal Voyager 1 Chissà se ha pianto questo bambino di 722 chili, quando è uscito dal grembo del Sole e ha cominciato la vita fra le stelle? Chissà se Voyager 1, il primo clandestino dell'Universo, ha avuto paura, se già sta provando nostalgia di quel pianetino e di quel sistema solare che ha abbandonato per emigrare e dove era stato concepito con amore e con trepidazione 33 anni, 10 mesi e 31 giorni or sono? Se anche stesse piangendo, naturalmente nessuno lo potrebbe sentire, nel vuoto che lo avvolge ora che ha bucato l'eliosfera, la sacca amniotica che lo ha avvolto per tutta la sua esistenza, ed è arrivato laddove nessun figlio degli uomini era mai arrivato nei 13 miliardi di anni dal Big Bang. Soltanto noi, qui nella casa dalla quale se ne andò, riusciamo ancora a percepire qualche vaghissimo segnale anche se impiega sedici ore per raggiungerci. Ma uno dei suoi genitori, Tom Krimigis, ancora lo segue e vorrebbe proteggerlo perché, come sappiamo, un figlio è per sempre e non si smette mai di essere padri e madri.IL VIDEO CON IL CONTENUTO DEL "DISCO D'ORO"1Si sa che ha lasciato il Sistema solare, questo angoletto di Universo del quale noi ci crediamo il centro, per avventurarsi dentro la Via Lattea, la nostra galassia, dentro la quale stiamo in proporzione come una moneta da dieci centesimi caduta nel territorio della Francia. Ha fatto sapere a casa, da bravo figlio, che attorno a lui è calata
una quiete inattesa e gli ultimi soffi del "vento solare", degli elettroni e protoni emessi dal Sole, non lo raggiungono più. Non ha trovato turbolenze, vortici, brutte compagnie, l'atteso e teorico "shock" che era stato previsto, e continua a sgambettare alla velocità di tredici chilometri al secondo, 46mila chilometri all'ora. Potrebbe viaggiare per sempre, nel "sempre" della vita dell'Universo, anche dopo che il suo cuore nucleare al plutonio avrà smesso di battere nel 2020.È un clandestino dell'Universo, il primo emigrato illegale sfuggito al Sole, che nessun'altra stella o galassia ha mai invitato. Perfetto simbolo delle perenni migrazioni di uomini e cose che l'umanità non cessa mai di compiere, indifferente a leggi, barriere, gravità. Tenta di portare con sé documenti che nel 1977, quando fu concepito e lanciato, fisici, matematici, filosofi della scienza, astrofisici come Carl Sagan, scrissero e immaginarono potessero essere comprensibili e decrittabili da creature intelligenti sparse fra i duecento miliardi di stelle. Potrebbero evitargli l'espulsione, la detenzione o la distruzione. È il "Disco d'oro", che sulle prime i progettisti non volevano perché temevano che potesse alterare gli equilibri sensibilissimi della sonda, ma dovettero accettare.Porta le prime battute dei Concerti brandeburghesi di Bach, sublime esempio di matematica dell'anima, 115 suoni della Terra, vento, mare, uccelli, balene, messaggi dei tromboni politici del momento, il segretario generale dell'Onu Waldheim e il presidente americano Jimmy Carter, dei quali a un ascoltatore del quinto o sesto millennio non potrebbe importare di meno. I saluti di terricoli in 55 lingue diverse; grafici con i parametri che rappresentano il sistema solare; simboli di molecole. Il tutto è inciso su un disco microsolco di rame placcato in oro a 16 giri, come gli album dell'epoca degli Elvis o dei Led Zeppelin, che ormai anche qui sulla Terra sarebbe quasi impossibile da ascoltare, essendo il "16 giri" estinto come i mammuth. Per questo, il "Disco d'oro" è chiuso in un cofanetto sigillato, con testina e puntina incluse, nella speranza che un E. T. un po' arretrato possieda un vecchio giradischi. O che oltre la Via Lattea esista un sito come e-bay dove acquistare apparecchi usati.Porta quindi nello spazio intergalattico il segno di un'epoca che non esiste più e ci appare lontanissima nello spazio e nel tempo, quanto lui. È l'ambasciatore di una Terra che, atomi e molecole ed equazioni a parte, non è più quella che lui lasciò. Anche i ragazzi di oggi, figuriamoci gli "alieni", faticherebbero a riconoscerla. Uomini e donne sono approssimativamente ancora quello che erano, qualche centimetro più alti nella media, grazie alla migliore alimentazione di tanti, e destinati a vivere un poco più a lungo, ma chi dovesse intercettare il clandestino delle stelle non lo saprà mai. Le immagini frontali di un maschio e di una femmina d'uomo, che erano state incise sui dischi inseriti nelle sonde Pioneer anch'esse destinate alle stelle, furono eliminate per le proteste dei puritani, indignati al pensiero che qualche inconcepibile creatura nell'universo potesse scandalizzarsi e pensar male di noi terrestri.Ma le similitudini fra l'oggi e il '77 finiscono con l'anatomia umana. Quel 1977 era l'anno della morte di Elvis Presley e dell'insediamento alla Casa Bianca di Carter, della benzina (in America) a 25 centesimi di dollaro al litro, della pace fra Egitto e Israele, con il primo riconoscimento di uno Stato arabo al diritto israeliano di esistere come nazione sovrana. Era l'anno dell'inaugurazione dell'oleodotto dell'Alaska, quello che avrebbe dovuto soddisfare per sempre la fame di petrolio, del primo volo commerciale del Concorde, della prima risonanza magnetica sperimentata a Brooklyn, dell'ultima esecuzione con la ghigliottina in Francia e della prima esecuzione di un condannato in America, dopo la pausa imposta dalla Corte Suprema. A Sanremo conduceva Mike Bongiorno e vincevano gli Homo Sapiens con Bella da morire e a Roma governava Giulio Andreotti. Proprio nel 1977, Spielberg ci illuse con i suoi Incontri ravvicinati.Il suo computer di bordo, che pure lo ha guidato in un viaggio interplanetario che ci ha regalato immagini meravigliose di Giove, Saturno e la prima foto cartolina del Sistema solare visto da fuori, inviata nel 1990, è un patetico processore con memoria da 68K, sessantottomila byte, quattro milioni di volte più piccola dei 256G, miliardi di byte dentro il minuscolo laptop sul quale sto scrivendo. Ma quella era la capacità dei personal computer che lanciarono la cyberivoluzione che oggi stiamo vivendo nella esplosione della Rete, era la memoria del Commodor Pet, commercializzato proprio nel 1977 o, nello stesso anno, dell'Apple II, l'antenato della dinastia degli Apple Macintosh. È archeologia del futuro, quella che il bambino ormai adulto e uscito dalla casa del Sole porta dentro di sé, nell'ipotesi neppure quantificabile che in un tempo lontano dai noi milioni di anni luce finisca nella rete di qualche pescatore interstellare. Ma se ascoltare il primo movimento dei Concerti brandeburghesi o il fruscio del vento in un bosco non dirà nulla agli ascoltatori di altri mondi, grazie a quell'ammasso di sofisticatissima e antiquata ferraglia che ora vaga tra le stelle, abbiamo finalmente la risposta all'interrogativo che ci tormenta dalla prima volta che il bisnonno scimmia si eresse sugli arti posteriori e alzò lo sguardo verso il cielo notturno. I viaggiatori interstellari esistono. Ed è lui. Io, robot.

sabato 14 maggio 2011

Sotto la crosta di Io, uno dei satelliti di Giove (scoperto da Galileo Galilei) gli scienziati americani hanno trovato un oceano di magma















Io è uno dei satelliti di Giove, il più vicino al grande Pianeta, ed è da tempo sotto osservazione per alcune sue stranezze. Questa settimana, nella rivista Science, ne è stata descritta un'altra: sotto la sua crosta solida ci sarebbe un oceano di magma incandescente.
I dati per capirlo erano lì da 10 anni e passa, li aveva raccolti la sonda NASA Galileo nel 2000, ma c'è voluto tutto questo tempo per permettere ai ricercatori di varie Università americane, fra cui spicca quella di California a Los Angeles, UCLA, per riuscire a capire cosa ci stavano "dicendo". La scoperta è importante perché si pensa che sia la Terra che la Luna, miliardi di anni fa, fossero in uno stato simile. Io ci darebbe insomma in qualche modo una foto del nostro passato, anche se un po' sfuocata.



Nonostante questo lontano satellite sia una quarantina di volte meno voluminoso della nostra Terra e una sessantina di volte meno massiccio, erutta 100 volte più lava sulla sua superficie ogni anno di quanto facciano i vulcani terrestri. Quindi piccolo, d'accordo, ma molto caldo e agitato, anche perché mentre da noi il magma incandescente arriva ai 1200 - 1300 gradi, su Io arriviamo ai 2000 gradi. E i vulcani lì sono tanti, probabilmente più dei 1500 attivi attualmente sulla Terra, di cui 10 in Italia, e distribuiti uniformemente sulla superficie di tutto il satellite e non raggruppati, come sul nostro Pianeta, dove li incontriamo nelle aree di raccordo delle varie faglie sotterranee.
Subito sotto la crosta di Io, che è di dimensioni circa doppie della Luna, ci sarebbe quindi uno strato di materiale magmatico spesso non meno di 50 chilometri, ma forse molto di più. Questo spiega le continue abbondanti eruzioni con pennacchi, osservati dalle sonde spaziali, che arrivano ai 300 chilometri di altezza, mentre il meccanismo che "scalda" il satellite e innesca le eruzioni è senz'altro dovuto alle enormi maree che Giove, centinaia volte più massiccio della Terra, esercita su Io. In altre parole pensiamo pure a una palla bucata in mille punti con dentro del liquido caldo, il magma, e due forti mani, la gravità di Giove dovuta alla sua imponente massa, che la schiaccia ora qua e ora là. Ma se Giove si diverte a far zampillare lava dai vulcani della sua luna più vicina, Io non sta con le mani in mano e più erutta lava e più distorce il campo magnetico di Giove stesso.
Nonostante tutto il necessario per capire il fenomeno fosse in archivio da 10 anni i ricercatori hanno dovuto cercare di riprodurre in laboratorio il fenomeno, specie per capire come faceva Io, una formica, a disturbare il campo magnetico gioviano, un elefante. Alla fine, come pubblicato questa settimana dai ricercatori USA, il risultato è stato chiaro: il magma incandescente è diverso da quello terrestre, è un composto semiliquido di magnesio e ferro, tale da poter spiegare l'effetto osservato. Rocce, solidificate di questo tipo sono presenti anche sulla Terra, ad esempio in Scandinavia.
Io è un satellite molto "italiano" e importante per la Scienza. Galileo Galilei lo osservò da Padova nelle notti fra il 7 ed il 10 gennaio 1610, con il suo rudimentale cannocchiale, assieme agli altri 3 satelliti: Europa, Ganimede e Callisto. Vederli girare attorno a Giove, nessuno prima lo aveva fatto, lo convinse che nello stesso modo erano i pianeti, compresa la Terra, a girare attorno al Sole. L'evidenza scardinava il sistema di conoscenza di allora, che reggeva da centinaia di anni. Credo a quello che vedo e che posso provare e ripetere, questo il succo di quelle notti fredde di cui darà conto nel suo "Nunzio Sidereo". E fu l'inizio di ciò che oggi chiamiamo Scienza, e scusate se è poco. Per questo la missione fu chiamata Galileo, in onore della sua intelligenza e coraggio.
Lanciata nel 1989, ottobre, finì nel 2003, settembre. Studiò a lungo Giove e i suoi satelliti, fra cui primariamente proprio i 4 scoperti dal Galilei. Dopo aver viaggiato per 4.6 miliardi di chilometri finì la sua missione immergendosi su Giove stesso. In tutto costò 1.5 miliardi di dollari circa e fece lavorare 800 tecnici e scienziati. La conoscenza di Giove, il grande regolatore del Sistema planetario e molto importante anche per la vita sulla Terra, è cresciuta enormemente grazie a questa missione e, come si vede, i suoi archivi riservano ancora importanti sorprese.

venerdì 7 gennaio 2011

IL MALE OSCURO DELLE BANANE






Il fungo - nome scientifico Razza tropicale 4 - è emerso alla fine degli anni 80 a Taiwan, dove ha distrutto il 70% delle coltivazioni di Cavendish, la varietà di banana che rappresenta oltre il 90% delle esportazioni. Poi si è diffusa in Indonesia, dove sono stati devastati 5mila ettari di coltivazioni. Con la stessa aggressività si è successivamente abbattuto su Malaysia, Cina, Filippine. E, più recentemente sull'Australia. Non c'è cura. Se contagia, la pestilenza uccide la pianta facendone marcire i frutti. Fino a produrre un odore fetido quasi come quello di un cadavere.
All'origine di questa potenziale catastrofe alimentare è proprio la sterilità delle banane selezionate per il consumo e l'esportazione, le Cavendish, che si propagano asessualmente quando nuovi ceppi nascono dalle radici della pianta del banano. Pur esistendo in natura molteplici varietà, la banana da esportazione oggi è praticamente una sola, la Cavendish. Che ha il pregio di essere facile da trasportare, grande e relativamente saporita, tutti fattori che hanno determinato il suo straordinario successo commerciale rendendo l'intero business monocoltura-dipendente. Questo sarebbe già in sé un problema, ma in aggiunta la Cavendish pecca di scarsa diversità genetica.
Il fungo Razza tropicale 4, che è solo la più recente seppur più deleteria variante patogena, esiste probabilmente da sempre. E probabilmente i danni sarebbero stati limitati se il colosso americano che un tempo si chiamava United Fruit ma che cambiò nome in Chiquita, non avesse trasformato in una delle più diffuse commodity al mondo il curioso frutto tropicale scoperto dai portoghesi nell'Africa occidentale e da loro importato nei Caraibi e in America centrale agli inizi del '500.
Negli anni d'oro della United Fruit, la varietà coltivata era un'altra. Si chiamava Gros Michel o Big Mike. Ma fu cancellata dal mercato negli anni 50 da un'altra pestilenza, e sostituita dalla Cavendish. Gli scienziati hanno appurato che il fungo uccide bloccando il sistema vascolare delle piante infette. «Inizialmente si pensava che a uccidere fossero le tossine del fungo, ma adesso riteniamo che qualcosa faccia scattare un meccanismo che induce la pianta a suicidarsi». In gergo scientifico il meccanismo è chiamato "morte cellulare programmata". Poiché la continua propagazione del Razza tropicale 4 viene data quasi per scontata, gli addetti ai lavori più che una cura sperano si riesca a trovare una varietà di Cavendish resistente al fungo.
A Brisbane, in Australia, il professore della Queensland University of Technology James Dale è impegnato nella modificazione genetica di Cavendish da circa 20 anni. E con il suo team è alla ricerca di un un gene che possa agire da interruttore disattivando il meccanismo di morte cellulare programmata. In pratica un gene che impedisca alla pianta di suicidarsi. Ma c'è anche chi cerca una soluzione con metodi di selezione tradizionali. In primis l'agronomo honduregno Juan Fernando Aguilar, il quale ha scoperto che le Cavendish non sono del tutto sterili. Con una procedura di fertilizzazione forzata, Aguilar è riuscito a produrre un seme ogni diecimila banane. Da uno di questi preziosissimi semi è nata ha una piantina - codice 06-04-333 - che lui chiama "mi esperanza". La speranza è che sia la capostipite di una nuova Cavendish a prova di fungo.

domenica 2 gennaio 2011

venerdì 31 dicembre 2010

31 dicembre 2010 - TE DEUM del cuore

Un bellissimo pezzo pubblicato oggi da Avvenire per la firma di Davide Rondoni riassume bene i sentimenti ch e si agitano nel nostro cuore in questa fine d'anno:

E ora che l’anno finisce, il cuore deve de­cidere da che parte stare. Il cuore, che è la sede delle decisioni che davvero segnano l’esistenza, come dice la Bibbia. E il nostro cuore, adesso che finisce un anno duro e pie­no di fatiche, deve decidere: lamento o gra­titudine?
Hai mille motivi per lamentarti, cuore nostro. Molte notizie che anche oggi troviamo sui giornali farebbero salire parole dure dal cuo­re. Ma come c’è la durezza della pena, c’è an­che la durezza della gioia. La resistenza, la forza della gratitudine.
La gratitudine per le cose da niente che costellano la nostra vita. Per il respiro che ancora ci viene accordato, e il riso e anche per il pianto con cui conosciamo il dolore e l’amore. Le cose che non fanno notizia, co­me il sorriso di un figlio, l’occhiata della per­sona che amiamo, il suo voltarsi quando la salutiamo. Quelle cose da niente che non fan­no notizia, ma che ci suggeriscono una gra­titudine invincibile. E noi vogliamo scegliere di rendere grazie per queste cose da niente. Vogliamo ringraziare per tutte le ma­dri che, camminando lavorando soffrendo, non perdono la speranza. E custodiscono l’amore. Per tutti quelli che non fanno no­tizia e fanno andare il mondo, mettendo cu­ra e pazienza in lavori senza onori appa­renti. Gratitudine per la bellezza spavento­sa e dolce di questo posto chiamato Italia, edificato dal genio, dalla fede e dalla opero­sità dei nostri padri, sotto i cui cieli abitia­mo e vediamo panorami per cui vale la pe­na essere venuti al mondo.
Il nostro cuore decide di ringraziare, in questa fine d’anno. Per le cose che ci hanno corretto. Per quel­le che, pure facendoci soffrire, ci hanno le­gato di più a ciò che vale. Vogliamo ren­dere grazie per la benedizione dei bambini nostri e per quelli degli altri. Per i loro visi do­ve tutto reinizia. E per la pazienza dei nostri anziani, che onorano il tempo senza sentir­lo come una ingiustizia, ma come un chiari­mento. Vogliamo ringraziare per la pazienza preziosissima dei sofferenti nel corpo, nella mente. Per chi è restato senza lavoro, ma non senza dignità. Per le cose che non fanno mai notizia, come la cura e l’amicizia offerta da tanti a chi è solo. Per il mare di bene che con onde silenziose sostiene il nostro viaggio. Ora che l’anno finisce strapperemo il cuore dalle mani del demonio lamentoso che vor­rebbe non farci vedere come i cuori di tutti cercano il bene. Ora che finisce l’anno con tutte le sue ferite e le sconfitte e le perdite, rin­grazieremo per tutti i doni, e per il segreto bene che si nasconde anche nel patimento se una mano ci passa sugli occhi come ai bambini. Ringrazieremo per tutti gli abbrac­ci silenziosi. Per i baci di amicizia e di amo­re scambiati. Per le cose da niente che non fanno notizia ma hanno fatto la vita e la spe­ranza per questo anno che finisce. E ringra­zieremo per il dono più misterioso di tutti, la fede. Per le mani che ce lo hanno offerto, per i volti che lo hanno confermato in mezzo al­le tenebre dell’anno. Per i dolci amici che ci hanno parlato di Lui, Signore buono dell’an­no che va e dell’istante che viene.

mercoledì 1 dicembre 2010

Verona e la cura dei malati, una storia di cinque secoli

L'antico Ospedale denominato Santa Casa della Misericordia era situato in piazza Bra e datava ai primi anni del '500. Nel 1520 aveva ottenuto il riconoscimento ufficiale della Repubblica di Venezia (con l'appoggio del vescovo Gian Matteo Giberti - tra i protagonisti del Concilio di Trento - e dei nobili veronesi conte Provolo Giusti e di Lodovico di Canossa, anch'egli vescovo).
«LA SANTA CASA DELLA MISERICORDIA». Con il tempo la costruzione si rivelò inadeguata. Sui lati che si affacciavano verso la Gran Guardia e l'anfiteatro, vi erano due grandi sale di degenza riservate a maschi e femmine. Tra il 1780 e il 1788 l'ingegnere capo del Comune Antonio Pasetti presentò tre progetti. Il pianterreno porticato della facciata nel 1793 risultava costruito ma il nuovo ospedale incontrò vari ostacoli al completamento, per il passaggio dei Francesi di Napoleone e degli Austriaci, che poi si insediarono in città per 50 anni. Nel 1802 era già ritenuto inadatto alle esigenze sanitarie della città.Il convento di Sant'Antonio al Corso in via Valverde, resosi libero con la soppressione degli ordini religiosi imposta da Napoleone, fu indicato come sede del nuovo ospedale, e ivi fu trasferito nel maggio 1812, cambiando denominazione: da «Santa Casa della Misericordia» a «Ospedale civico di Sant'Antonio».
Il Comune acquistò l'ex ospedale della Bra e lo fece demolire nel 1820 per realizzarvi Palazzo Barbieri, usando le colonne del vecchio ospedale.
Nel 1895 il cavalier Alessandro Alessandri destinò un lascito a un istituendo «Ospedale per bambini» per «ospitare e curare i malati poveri di ambo i sessi del Comune di Verona, tra i 3 e gli 8 anni, purché non affetti da infermità incurabili o contagiose».
L'OSPEDALE DI BORGO TRENTO. Ma subito Verona fu scossa dalle polemiche sull'ubicazione della nuova struttura, e il lascito venne affidato dal Comune al Patrio Consiglio Ospitaliero. Le discussioni accese si trascinarono finché la Cassa di Risparmio di Verona deliberò «per proprio conto» l'acquisto di 3400 metri quadrati nella zona nord-ovest di Verona (attuale borgo Trento), lungo la strada per Trento (l'attuale via Mameli), erogando 70mila lire che il Comune accettò nel 1908. L'ospedale Alessandri, ritenuto all'avanguardia in Italia e all'estero, fu inaugurato il 7 giugno 1914.
Nel 1926 il Consiglio ospitaliero acquistò un'area limitrofa per costruirvi un nuovo Tubercolosario e lasciare la sede del Chievo. Poi il progetto fu abbandonato e si pensò di utilizzare la nuova area per riunificare gli ospedali Sant'Antonio ed Alessandri. Si delineava un nuovo Ospedale Maggiore «rispondente alle nuove necessità demografiche, al progresso della scienza e alle aumentate esigenze della tecnica sanitaria». La discussione si protrasse sino al 1931.
Intanto fu approvato il progetto Beccherle che prevedeva l'ampliamento del nucleo originario dell'Alessandri e nuovi padiglioni. Il nuovo ospedale avrebbe avuto 875 posti letto, inclusi i 400 dell'Ospedale civile di Sant'Antonio e i 170 dell'Alessandri. La sua realizzazione fu un evento storico per la città. Lo stesso Benito Mussolini vide il cantiere in fase avanzata, durante la visita a Verona del 26 settembre 1938. La nuova struttura venne inaugurata il 13 settembre 1942. Di recente un accurato restauro ha reso possibile negli scorsi anni, il recupero della facciata del padiglione d'ingresso, sede delle direzioni dell'Azienda ospedaliera e oggi soggetto a vincolo architettonico perché edificio storico.

Una lezione a quest'Italia degli sprechi




Quello che si inaugura oggi a Verona è il Polo chirurgico più grande d'Europa. Una struttura che consolida e amplifica la grande tradizione scaligera nella Sanità di alto livello.
Ma fuori dallo stretto ambito medico, ciò che va anche sottolineato è come si sia arrivati a questo risultato.
In quest'Italia degli sprechi, delle prebende, dei lavori mai terminati e delle spese fuori controllo, l'esperienza veronese (pur senza eccessiva retorica) è un prezioso esempio di efficacia ed efficienza.
Intanto l'opera è stata completata nei tempi previsti (già un piccolo miracolo...) e con investimenti che poco si sono discostati dal budget iniziale. Ancora, la realizzazione è stata possibile grazie ad un lungimirante rapporto pubblico-privati. Da ultimo l'edificazione- così complessa, in quanto effettuata all'interno di un ospedale funzionante- ha comportato disagi tutto sommato contenuti per l'attività quotidiana di medici, infermieri e degenti. Certo, ora bisognerà dare sostanza al complesso, ma Verona ha le competenze per farlo.
Infine c'è la nostra personale soddisfazione che l'idea lanciata da «L'Arena», di intitolare il complesso a Confortini, abbia avuto seguito. In questo momento la sanità, come il Paese, ha bisogno di buoni esempi da ricordare. E su cui riflettere.

In primo piano il paziente. Senza dimenticare la ricerca. Quindi le cure, la terapia intensiva e le trentatre sale chirurgiche. Oltre cinquecento posti letto, ventitré reparti (tecnicamente si chiamano Unità operative), trecento medici e mille professionisti sanitari. Per un investimento di oltre 212milioni di euro. Dopo duemila giorni di cantiere, l'ospedale di Borgo Trento abbandona i suoi vecchi padiglioni, dove soprattutto con gli interventi di chirurgia e i trapianti si è fatta la storia della medicina in Italia (qui, per dire, è stato realizzato, nel 1968, il secondo trapianto di rene di tutta Italia). Ora l'ospedale più grande del Veneto (con un totale di 1700 posti letto) scommette sul futuro. Lo fa con il nuovo Polo chirurgico intitolato a Piero Confortini, pioniere della chirurgia dei trapianti.
L'edificio avveniristico, sei piani da terra per sei anni di lavoro, viene inaugurato oggi e i primi reparti entreranno in funzione prima di fine anno. Una manciata di giorni necessaria per accentrare definitivamente nella nuova struttura le attività ancora distribuite nei diversi padiglioni che, prossimamente, verranno destinati ad altro uso ospedaliero.
Alta tecnologia, modernizzazione degli spazi, centralizzazione dell'attività operatoria, contiguità con il Pronto Soccorso, collegamento con le degenze chirurgiche sono i punti cardine attorno al quale si è sviluppato il progetto presentato alla Regione Veneto nel 2002, avviato nel 2004 e terminato nel rispetto di tempi e budget. Un ospedale nell'ospedale e un valore aggiunto per la salute del paziente che ora avrà a disposizione un unico edificio per la cura.
Sostanzialmente si abbandona il vecchio concetto delle isole-reparto, dislocate in singole unità indipendenti: il nuovo Polo raggruppa le sale operatorie, la terapia intensiva, le degenze, il Pronto Soccorso e la Piastra radiologica. Cinque in uno. Niente più reparti tradizionali, dunque. La cura diventa «polo»: i reparti sono organizzati in modo polispecialistico. Il filo conduttore di tutto il progetto è l'area omogenea e l'intensità di cura che prevede la suddivisione degli spazi ospedalieri non più per area di cura ma per i diversi livelli di gravità del paziente.
Anche gli ambulatori specialistici verranno attivati in prossimità dei reparti per evitare scomode trasferte fuori sede ai pazienti sia interni che esterni. Il monoblocco con la sua piastra chirurgica tra le più grandi d'Europa, (33 sale operatorie, 17 per la chirurgia generale, 10 per la chirurgia specialistica e trapianti e 6 per la chirurgia ambulatoriale) sarà il punto di riferimento per tutto il sistema sanitario del Veneto, soprattutto per gli interventi più complessi. Oggi, su oltre quattromila accessi giornalieri (ricoveri, interventi, prestazioni ambulatoriali), il 16 per cento riguarda pazienti provenienti da fuori regione.
«Il Polo chirurgico», conferma il direttore generale dell'Azienda ospedaliera integrata, Sandro Caffi, «resterà comunque l'ospedale di riferimento dei cittadini». Attualmente sono già entrati nel monoblocco gli ambulatori di Odontostomatologia e Otorinolaringoiatra. A seguire verranno trasferiti Gastroenterologia, Anestesia e Rianimazione, Cardiologia, Chirurgia generale, Chirurgia Toracica, Chirurgia Plastica, Neurochirurgia, Neurologia, Ortopedia, Oculistica, Urologia, Neuroradiologia, Radiologia, Pneumologia e per ultimo il Pronto Soccorso.

Due date: 7 giugno 1914, 30 novembre 2010. Due inaugurazioni. Due giorni fondamentali per l'Ospedale di Borgo Trento: il primo ne segna la nascita, l'altro la virata verso il futuro. Concepito e progettato come un ospedale per bambini, un fabbricato per malattie comuni medico-chirurgiche con 180 letti (portato a termine grazie al generoso lascito di Alessandro Alessandri), fu, fin da subito, considerato il più all'avanguardia in Italia e tra i più efficienti d'Europa: 34mila metri quadrati, pianta triangolare, diversi padiglioni circondati dal verde, collegati da un'imponente area di sotterranei ed attrezzature diagnostiche di alto livello.
Oggi, il nuovo Polo Chirurgico traghetta l'ospedale di Borgo Trento nel firmamento dei centri di cura, tra i più moderni ospedali d'Italia, con soluzioni tecnico architettoniche innovative.

LE MACROAREE. Il nuovo monoblocco del Polo chirurgico è realizzato su un'area quadrangolare di oltre 96mila metri quadrati: sei piani fuori terra, due interrati e uno tecnico, su tetto la piattaforma per l'atterraggio dell'elicottero emergenza e un'ampia corte centrale.
Completa il progetto un edificio più piccolo, antistante il Polo chirurgico, destinato all'accoglienza del pubblico con punti informazioni e area ambulatoriale. Rivoluzionato anche l'accesso delle emergenze trasferito da piazzale Stefani al Lungadige, nuovo punto di inizio di tutto l'iter di diagnosi e cura. Le 33 sale chirurgiche trovano spazio al piano interrato, una accanto all'altra, due piani sopra c'è la terapia intensiva (96 posti letto per rianimazione, Unità Terapia Intensiva Coronarica, Unità di Terapia Neurovascolare e per il trattamento di pazienti trapiantati, ustionati, cardiochirurgici, neurochirurgici). Ai piani alti le degenze: 513 nuovi posti letto per i ricoveri ordinari e per la chirurgia ambulatoriale (day surgery), distribuiti su tre piani che consentiranno di accorpare le degenze chirurgiche prima distribuite nei vecchi padiglioni.

I NUMERI. Le strutture edili hanno visto l'utilizzo di 5.500 tonnellate di armature in ferro, di 48.000 metri cubi di cemento armato e di 5.500 tonnellate di carpenteria. Sono stati realizzati 170.000 metri quadrati di pareti in cartongesso, 63.000 metri quadrati di controsoffitti, 6.500 metri quadrati di serramenti esterni e sono stati posati 50.000 metri quadrati di pavimenti in linoleum o pvc.
Sono stati stesi 800 chilometri di cavi elettrici principali, 1200 di cavi per impianti luce e speciali e posizionate oltre 1000 apparecchiature elettriche. Infine sono stati 73.000 i metri cubi di demolizioni fabbricati e 220.000 i metri cubi di scavi. Per un totale di 1milione e 700mila ore di manodopera e 400mila ore di progettazione e supporto cantiere.

TEMPI E COSTI. Il costo complessivo è di 212.543.195 euro, 112 dei quali stanziati dalla Fondazione Cariverona. Il progetto definitivo è stato presentato in Regione il 10 aprile 2002, approvato a luglio e appaltato nel novembre 2003. I lavori sono iniziati a dicembre 2004 e terminati sei anni dopo. Il ministro della Salute Ferruccio Fazio, riferendosi al contributo della Fondazione, ha definito il nuovo Polo «un esempio di buon orientamento delle risorse, di come si possono armonizzare fondi privati e fondi pubblici».


mercoledì 27 ottobre 2010

Etsuro Sotoo e la Sagrada Familia






Nel 1977 Etsuro Sotoo era un giovane insegnante d’arte a Kyoto che sentiva il richiamo dell’arte stessa più che della sua didattica. «Il richiamo della pietra», dice lui. Piantò tutto e venne in Europa a far lo scultore. A Barcellona, imbattersi nella Sagrada Familia e rimanerne calamitato fu un tutt’uno. «Voglio fare lo scultore qui».

Con tenacia orientale cercò l’accesso e si ritrovò davanti all’architetto Puig i Boada, uno dei direttori del cantiere, che lo ascoltò e gli disse: «Scolpisca una foglia di nespolo». Solo una foglia? Gli sembrava un esame fin troppo banale, ma la commissione restò convinta. Quella foglia… sembrava fatta da Gaudí stesso. Non era imitazione, né falso, né piaggeria. Era sintonia. Da allora Sotoo ha completato molte parti in profondo accordo con il maestro.

Quarantatré anni dedicò Antoni Gaudí alla Sagrada Familia, dal 1883 al 1926, come i costruttori delle grandi cattedrali, in maniera sempre più intensa ed esclusiva, fino a trasferirsi dentro al cantiere. Alla sua morte era conclusa la cripta e qualche torre, ma egli vedeva l’immensa opera nei dettagli. Una soleggiata mattina d’inverno gli chiesero di spiegare il progetto e Gaudí descrisse a lungo ogni particolare con i relativi significati.

Gaudí era cosciente che il suo ingente monumento avrebbe richiesto tempi molto lunghi e l’intervento di architetti e artisti diversi in epoche di gusti e tecnologie diverse. Così non volle fissare le tecniche costruttive perché sapeva che i progressi futuri avrebbero suggerito soluzioni migliori. Ma per lo stesso motivo lasciò terminate certe parti fino alla minuzia perché servissero d’orientamento in tempi avvenire. Com’è stato. Nella Guerra civile furono distrutti i progetti.


Ci sono rimaste le sue parole, forse i suoi sogni. «Sull’altare maggiore – spiegava – si adorerà il Divino Crocifisso, dal cui braccio verticale uscirà una vite, a simboleggiare le parole di Cristo: "Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto; chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca". La vite formerà un baldacchino che sarà allo stesso tempo un lampadario. Cinquanta lampade penderanno da esso, a ricordo della frase del Salvatore: "Io sono la luce del mondo", come nel primitivo altare di san Giovanni in Laterano».

Oggi, con le navate concluse, è bellissimo sentire ancora la sua voce dinanzi a ciò che è stato costruito un secolo dopo: «Stiamo studiando il modo di imprimere agilità e permettere il passaggio della luce, ottenendo leggerezza tramite l’assenza di masse murarie, mediante un sistema di archi parabolici che conducono le spinte fino alle fondamenta… Il tempio sarà molto luminoso, con belle filtrazioni di luce, combinandosi quella che scenderà dalle alte torri con quella dei finestroni di cristallo».

Etsuro Sotoo riconosce con modestia qual è stata la chiave che ha permesso di proseguire l’opera senza un progetto: non tanto guardare Gaudí, ma guardare dove guardava Gaudí: «Unire struttura, funzionalità e simbolismo è uno dei segreti dell’opera di Gaudí che dobbiamo imparare. Nel mondo di oggi l’autentico simbolismo, quello che può dirigerci verso il nostro destino, è assente. Il simbolismo dà senso a tutti i materiali. Il disegno dei simboli è come la genetica: nel mondo c’è caos e Dio ha messo ordine. Il simbolismo è il linguaggio con cui Dio ci fa capire l’ordine delle cose». Rimettendo le mani dove le aveva messe Gaudí, aggiungendo sculture e ornamenti, Sotoo è approdato alla fede cattolica. Un suggello dell’immedesimazione col maestro.

mercoledì 1 settembre 2010

L'equazione di Drake ieri e oggi. Ovvero è impossibile che gli extraterrestri non esistano



Se le probabilità che un sistema solare riesca a sostenere la vita e a farla evolvere fossero una su un miliardo (lo 0,0000000001%), nella nostra galassia ci sarebbero almeno 200 pianeti abitati come il nostro perché in questa galassia di periferia che chiamiamo Via Lattea ci sono ben oltre 200 miliardi di stelle, ed anche perché ci sono ben oltre 170 miliardi di galassie, nell'universo conosciuto.
È così che cinquant'anni fa, nel 1961, l'astrofisico americano Frank Drake propose un modo analitico per stimare quante civiltà al nostro grado di evoluzione (ovvero civiltà che usano le trasmissioni elettromagnetiche per le comunicazioni) sono presenti nella galassia.
Il fatto curioso è che il valore di nessuna delle sette variabili dell'Equazione di Drake, è conosciuto.

Analizziamo le singole variabili:
Quante stelle nascono ogni anno? Negli anni 60, Frank Drake aveva stimato che nascessero ogni anno dieci nuove stelle. Poi, in tempi più recenti, ha deciso di rivedere al ribasso la sua stima originale: 5 stelle all'anno. In realtà, la Nasa ritiene che mediamente nascano sette nuove stelle all'anno. Col risultato che la prima variabile dell'equazione è forse l'unica ad avere un valore conosciuto.

Quante hanno dei pianeti? Fino a 15 anni fa, questa domanda non aveva una risposta certa. Drake, con una sorta di atto di fiducia, stimò che circa la metà delle stelle della galassia doveva avere qualche pianeta che gli orbita intorno. Ma dopo le prime sporadiche scoperte, con l'avvento di nuove tecnologie, le scoperte ormai si moltiplicano. Il satellite Kepler, in meno di un anno, ha già trovato 706 stelle con pianeti (5 dei quali sembrano appartenere a un sistema multiplanetario come il nostro) di proporzioni piccole come la Terra e grandi come Giove. Da queste prime osservazioni, sembra che il numero di stelle equipaggiate con pianeti potrebbe rivelarsi superiore al 50 per cento.
Quanti pianeti adatti alla vita per sistema solare? La Terra se ne sta in un angolo dorato del sistema solare, dove la vita è possibile: se fosse solo un po' più vicina al Sole come Venere, l'acqua evaporerebbe; se fosse solo un po' più lontana come Marte, ghiaccerebbe. Se la sua massa fosse come quella di Giove, la gravità sarebbe insopportabile per la vita. Così, rispondere alla terza domanda dell'equazione è molto, molto difficile: Drake stimò che due pianeti per ogni sistema multiplanetario hanno la potenzialità di sostenere la vita. In compenso, mentre fino a un anno fa la maggioranza dei pianeti extrasolari che venivano trovati erano simili a Giove. Con Keplero, stiamo scoprendo che sono più comuni i pianeti di dimensioni simili (anche se più grandi) al nostro.
In quanti appare la vita? Secondo Drake, in tutti. In altre parole, laddove ci sono le (numerose) condizioni che hanno consentito la vita sulla Terra, la vita puntualmente appare. Se un tempo questa ipotesi poteva apparire azzardata, oggi gli astrobiologi sono fondamentalmente d'accordo. Questa visione è in qualche modo sostenuta dalla scoperta di materiali organici nello spazio, a bordo di meteoriti. Dalla presenza di acqua nelle comete e in altri corpi celesti. E, osservando quel che accade sulla Terra, anche dall'esistenza di forme di vita in circostanze ambientali proibitive, come gli estremofili, batteri che prosperano alle bocche dei soffioni oceanici, dove la temperatura e la pressione sono spaventose. L'idea è che, quando ci sono le condizioni, la vita nascerà.
E in quanti la vita intelligente? Secondo alcuni, ci sono le prove che, se i dinosauri non si fossero estinti, avrebbero avuto la potenzialità di far evolvere a sufficienza la propria materia grigia. Su questo valore della sua celebre equazione, Drake ha fatto una revisione significativa: negli anni 60 stimò un 1% e qualche anno fa, il 20 per cento. Ma in effetti questo valore è assolutamente ignoto: siccome esistiamo noi, sappiamo solo che è diverso da zero. Carl Sagan, un altro entusiasta della vita extraterrestre, la mise così: «L'intelligenza è così utile all'evoluzione che, a patto che sia geneticamente fattibile, la selezione naturale sembra incoraggiata a farla apparire».
Di sicuro, se ci fossero 50 civiltà nella nostra galassia, sarebbero soltanto una ogni 4 miliardi di stelle. Se fossero 10mila, sarebbero una ogni 20 milioni. Con questo calcolo di spaventose possibilità, tutto è possibile

venerdì 20 agosto 2010

Addio al suonatore di cornamusa


«Millin, Berretti blu», urlava ne Il giorno più lungo l'attore Peter Lawford che impersonava Lord Lovat, il comandante dei commandos britannici sbarcati in Normandia. E il suonatore di cornamusa Bill Millin, che nel film era addirittura interpretato dal cornamusista ufficiale della Regina madre, Leslie de Laspee, marciava avanti e indietro sulla spiaggia battuta dai proiettili delle mitragliatrici tedesche suonando Blue Bonnets over the Border (Berretti blu oltre la frontiera, una melodia tradizionale scozzese) mentre i soldati applaudivano o gli urlavano «Buttati giù, maledetto pazzo». Finzione cinematografica? No, tutto autentico. E il vero Bill Millin, che attraversò indenne la spiaggia normanna di Sword (una foto famosa di quel giorno lo mostra di schiena mentre sta scendendo dal mezzo da sbarco con la spiaggia sullo sfondo), è morto nel Devon a 88 anni il 17 agosto, ricordato oggi da un lungo articolo sul Daily Telegraph

SUONANDO SOTTO IL FUOCO - La brigata dei commandos di Lovat aveva il compito, dopo lo sbarco, di andare verso il fiume Orne e prendere contatto con i paracadutisti inglesi che avevano conquistato i ponti sul fianco sinistro dello schieramento alleato. Pochi chilometri, ma una distanza lunghissima da percorrere sotto il fuoco nemico. Millin, con la sua cornamusa e il suo gonnellino con il tartan dei Cameron Highlanders, se li fece quasi tutti suonando Hieland Laddie e The Road to the Isles in piedi tra i soldati, visibilissimo anche per i tedeschi che sparavano da tutte le parti (la cornamusa fu danneggiata dalle schegge ma restò utilizzabile). «Non dimenticherò mai il lamento della cornamusa di Bill - disse molti anni dopo il veterano Tom Duncan -. E' difficile da descrivere l'effetto che faceva. Ci tirava su il morale e aumentava la nostra determinazione. Ne eravamo orgogliosi e ci ricordava la patria e i motivi per i quali stavamo combattendo, per le nostre vite e per quelle dei nostri cari». In serata Millin, che allora, nel 1944, aveva 22 anni, chiese ad alcuni prigionieri tedeschi perchè non gli avessero sparato e quelli gli risposero che pensavano fosse un pazzo per cui non valeva la pena sprecare proiettili.

DALLA NORMANDIA A LUBECCA - Scozzese di Glasgow, Millin aveva incontrato Lord Lovat, il capo ereditario del clan Frasier e discendente di una lunga dinastia di combattenti scozzesi, nel 1941, quando erano entrambi nei commandos, le truppe speciali che compivano incursioni «mordi e fuggi» nell'Europa occupata dai tedeschi: il Lord gli offrì di diventare il suo attendente ma lui rifiutò e così divenne il cornamusista personale (il piper) del comandante. In quel ruolo si fece un bel pezzo di guerra, dalla Normandia all'Olanda e fino a Lubecca, una delle più importanti città tedesche conquistate dall'esercito britannico. Alla fine del conflitto se ne tornò alla vita civile. Ma la sua cornamusa (che ora, dice il Telegraph, si trova al National War Museum di Edinburgo) risuonò ancora nel 1995 ai funerali di Lord Lovat, il suo capo, che dopo la guerra era anche diventato, per un po', il suo datore di lavoro. D'altronde il legame tra i due era fortissimo, cementato dalla comune origine. Un esempio? Il ministero della Guerra, dopo le forti perdite subite dai suonatori di cornamuse nella prima guerra mondiale, aveva proibito il loro impiego sui campi di battaglia. «Ah, ma quello è il ministero della Guerra inglese - disse Lovat . Tu ed io siamo scozzesi, per noi non vale». E Millin se ne partì per la Normandia.

martedì 13 luglio 2010

È americano il capo dei ribelli islamici in Somalia



Gli occhi spiritati, la barba lunga con il fucile in mano e la kafiah in testa: «Sono diventato un somalo. Io ho l'odio. Io ho l'amore. Non potevo sognare una vita più bella di questa». Le parole del video che gira su YouTube hanno il sapore della propaganda e dell'esaltazione. A scandirle è Omar Hammami, ragazzo di 26 anni, nato in Alabama, America profonda, che ora si trova a fare una "bella vita" a Mogadiscio con il nome di guerra di Abou Mansoor al-Amriki - l'americano - alla guida dei ribelli islamici al-Shabab che combattono contro il governo transitorio (anch'esso islamico ma moderato) e contro la modernità.

Dall'Alabama a Mogadiscio La storia di Omar Hammami è stata raccontata dal New York Times e ha fatto in breve il giro del mondo. Una storia paradossale. Considerando che la Somalia è una terra di nessuno, bestia nera per gli americani e la loro lotta al terrorismo e che a capo dei terroristi somali c'è proprio un ragazzo americano, dalla testa ai piedi, figlio di un ingegnere siriano e di una maestra americana. Cresciuto in un paese del Sud, in Alabama, terra di coltivazioni di cotone e di epopea blues, il giovane Omar ha frequentato la chiesa battista fino ai suoi 15 anni. Cantava a Natale nel coro della parrocchia. Gli amici lo ricordano come un tipo brillante, appassionato dei Nirvana e dei videogiochi sulla Nintendo. Teen ager cresciuto ad hamburger e onion ring che leggeva Shakespeare e sognava di diventare medico chirurgo. Dieci anni dopo, Omar è finito a 13mila km di distanza dalla sua Alabama a fare la "bella vita" nel Corno D'Africa. Ormai la sua casa è l'inferno di Mogadiscio: è diventato il capo delle milizie islamiche tra le più brutali nel mondo, gli al-Shabab, legati a doppio giro alla rete di al-Qaeda, che si sono dati come obiettivo quello di sconfiggere il fragile governo di transizione somalo, anch'esso islamico, ma moderato, sostenuto dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale.
Contro la modernità Due giorni fa gli shabab hanno attaccato la
sede del palazzo presidenziale a Mogadiscio. I caschi blu africani sono riusciti a respingere l'attacco. Per ora. Gli shabab hanno reso la capitale somala una città fantasma. Hanno perfino vietato il gioco del calcio, la palla in strada e l'uso dei videogiochi. Contrari, dicono, alle regole dell'Islam. Quale Islam? Qualche mese fa hanno messo una bomba in un albergo dove il ministro di transizione somalo all'istruzione premiava alcuni ragazzi che nell'inferno somalo erano riusciti a laurearsi.

Rap e guerra santa La Somalia è diventata negli ultimi anni il punto di ritrovo degli jihaidisti provenienti da tutto il mondo. Gli americani arrivati qui per fare la guerra santa sono più di una ventina, secondo la Cia. Nati da genitori somali perlopiù, cresciuti nelle periferie delle metropoli Usa. Omar che qui ha preso il nome di guerra di Abou Mansoor al-Amriki - che significa l'americano - non ci ha messo molto a emergere e a diventare un leader. In un recente video su YouTube lo si vede al comando di un gruppo di ribelli armati, con il sottofondo di un rap islamista mentre si rivolge, lo sguardo fisso alla camera, e grida sicuro di sé, come se stesse facendo la cosa più normale del mondo, che a Mogadiscio gli shabab sono pronti: «Stiamo aspettando il nemico. Lo uccideremo».
"L'americano" In soli tre anni Hammami è diventato il capo riconosciuto degli shabab. "L'americano" prepara gli attacchi a Mogadiscio e definisce le strategie di guerra con i responsabili di al-Qaida. E' diventato una sorta di icona di combattente islamico per i fanatici della guerra santa e attira, con il suo esempio, centinaia di combattenti stranieri. Ma la sua conversione all'Islam radicale è maturata da poco. Dopo l'attentato dell'11 settembre e con la guerra in Irak. Poco a poco imbraccia la dottrina salafita e si convince che se i musulmani nel mondo soffrono è perché hanno perduto la loro vera religione. Bisogna, dice, lanciarsi in una guerra santa spirituale e praticare i precetti della religione con vera devozione. Comincia a non ascoltare più musica, a non guardare più le ragazze della sua età, a badare di non dormire mai rivolto di schiena alla Mecca. Nel 2002 abbandona l'Università perché non sopporta più stare assieme a persone diverse da lui. Si trasferisce a Toronto, in Canada, dove vive una importante comunità musulmana. Da lì comincia a considerare gli Stati Uniti, suo paese natale, in maniera differente: il nemico da combattere. Sposa una bella ragazza somala, Sadiyo Mohamed Abdille, rifugiata in Canada. Ma dopo pochi mesi, decidono di andare a vivere in un paese musulmano e si trasferiscono in Egitto. Ormai Omar parla arabo correttamente. Il Sud, cioè la Somalia, è la sua terra santa. Si trasferisce lì e comincia a combattere a nome dell'Islam nella guerra civile che dal 1991 ha devastato l'ex colonia italiana, in un caos infernale tra signori della guerra, fazioni e pirati. E' intelligente, preparato, conosce bene le nuove tecnologie e non ci mette molto a diventare il capo delle operazioni militari dei ribelli. Il resto è cronaca.


Da ilSole24ore - Riccardo Baarlam

KAMPALA

Ieri sera ho ascoltato tutti i telegiornali nella speranza di avere aggiornamenti su quanto accaduto in Uganda ed ho così visto i servizi sul gay pride, sui festeggiamenti a Madrid per la vittoria nella coppa del mondo, sulle stupidaggini di Casini, Bossi, Di Pietro, Fini, sull'afa, ma nulla, assolutamente nulla, sui 72 morti nell'attentato terroristico di Kampala. Solo il telegiornale della BBC all'una di notte ha dato un breve aggiornamento. Mi domando cosa sarebbe accaduto dal punto di vista mediatico se il medesimo attentato si fosse verificato in un paese europeo.... questo ci dà l'idea di quanto sia decadente il nostro Paese, ormai in declino, diviso, rinchiuso in se stesso, concentrato sul suo presente, sugli interessi corporativi, incapace di vedere oltre la rete del giardino di casa. E' triste pensare che la vita degli africani valga meno dei servizi stantii sull'afa estiva.

sabato 2 gennaio 2010

ELISA: DOV'E' FINITA LA "PIETAS"

Lettera inviata al Giornale di Vicenza (che probabilmente non verrà mai pubblicata)


Spett. Sig. Direttore,

stiamo assistendo, giorno per giorno, ad un progressivo imbarbarimento della nostra società che si manifesta non solo attraverso lo spettacolo indecoroso della politica, ma anche attraverso fatti apparentemente insignificanti o considerati normali e soprattutto, attraverso un cattivo giornalismo. Come ha affermato il Papa nella sua omelia dell’8 dicembre, i giornali, abituandoci alle cose piu' orribili ci fanno diventare insensibili e, in qualche maniera, ci intossicano.

Purtroppo devo rilevare con rammarico che anche il suo giornale non è esente da questa deriva. Mi riferisco all’articolo di Ivano Tolettini pubblicato in prima pagina il 30 dicembre 2009 col titolo “Muore disidratata a due anni”.

Cosa c’è di tanto terribile i questo articolo ? In realtà, leggendolo, non si rileva nulla di particolare se non una cronaca asciutta, impersonale, intrisa di luoghi comuni, ma è il titolo che sconvolge, la sua posizione in prima pagina, la sua crudeltà, la sua violenza che richiama immediatamente l’attenzione e fa pensare ad un fattaccio di cronaca nera, a chissà quale colpa o sbadataggine della mamma che avrebbe lasciato morire la sua bimba o magari, tra le righe, ad un possibile episodio di malasanità. Tutto è lecito pur di far “cassetta”, di aumentare le vendite.

Dove è finita la “pietas” ? La civiltà romana, all’apice del suo fulgore, aveva fatto della “pietas”, celebrata da Virgilio nell’Eneide, il centro del suo insegnamento morale.

La “pietas” è definibile come una qualità universale, in quanto occupa i principali campi del vivere umano: si tratta di dovere e devozione verso gli dei, di amore ed affetto, tanto per i genitori ed i figli quanto per la patria e gli amici, e infine di personale clemenza, giustizia e senso del dovere. Vi è nella pietas l’apertura a valori anche nuovi che prenderanno forma in età successive: misericordia e humanitas.

La “pietas” intesa come capacità di ragionare con calma contrapposta al “furor” ovvero un modo di agire abbandonandosi alle emozioni senza ragionare (Enea contrapposto a Turno).

La nostra civiltà è diventata la civiltà del giustizialimo spiccio, del furor di popolo, del razionalismo esasperato: l’errore umano non è ammesso, se succede qualcosa di imprevisto deve esserci comunque un responsabile che deve pagare, tutto si può spiegare con l’apporto della scienza. Oggi è scomparso completamente il senso del divino e del soprannaturale, il mistero della vita e della morte, il calore umano e la partecipazione.

Un fatto cosi’ drammatico come la morte improvvisa di una bambina andrebbe raccontato con delicatezza, attenzione, partecipazione e tenerezza. Ogni uomo ed in particolare una mamma colpita da una disgrazia cosi’ grave andrebbe trattato come una realtà sacra, pechè ogni storia umana è una storia sacra e richiede il più grande rispetto.