domenica 13 dicembre 2020
martedì 22 gennaio 2013
Il Peccato di Isotta
domenica 20 gennaio 2013
La vita di Pi

Un libro che è uno straordinario racconto d'avventura e al tempo stesso una metafora della vita: "il mondo e' come lo percepiamo, giusto? Nel percepirlo ci aggiungiamo sempre qualcosa, e la vita diventa una storia" . Potrebbe essere accostato a "La strada" di Cormac McCarthy perché riflette sul significato della vita in condizioni estreme, quando non c'è più nulla che possa giustificare la lotta, quando la vita stessa e' solo fatica, sofferenza, buio. Eppure nel libro di Yann Martel c'è una grande serenità di fondo che deriva dal senso religioso del protagonista, una religiosità non strutturata, Dio e' presente, c'è', e' il Dio nella sua concezione più alta "Colui che è " tanto che il protagonista diventa contemporaneamente induista, cristiano e musulmano perché ".. tutte le religioni sono vere. Io voglio solo amare Dio" . Per Pi e' impossibile pensare che Dio non esista: " gli atei sono fratelli e sorelle di un altro credo. Ogni loro parola e' impregnata di fede. Percorrono fino in fondo il cammino della ragione, ma poi fanno un salto, proprio come me." La vicenda ha connotati altamente drammatici ed a tratti raccapriccianti (parlando di naufraghi torna alla mente la zattera della medusa con tutto il suo carico di crudeltà ) ma su tutto prevale in ogni istante l'amore per la vita :" la vita e' così bella che la morte se ne innamora. Un amore possessivo e geloso che afferra tutto ciò che può ", il rispetto per tutti gli esseri viventi: Pi, vegetariano, a distanza di anni prega ancora per le tartarughe ed i pesci che ha brutalmente ucciso per sopravvivere. Tutta la vicenda e' inoltre una grande metafora: domare la tigre che lo tiene in vita e' domare la parte più selvaggia di noi, quella che ci consente di reagire alle avversità ma che tenderebbe a prendere il sopravvento ed annientarci come uomini. Un libro ben scritto, forse un po' lento all' inizio ma poi incalzante e commovente nel quale ci sono tutti gli elementi tradizionali del libro d'avventura, compresa l'isola misteriosa. Un racconto sospeso come e' sospeso il protagonista tra mare e cielo, realtà' resa molto bene dal cinema con inquadrature nelle quali la scialuppa sembra fluttuare nel cielo, con plancton e pesci luminescenti che si confondono con le stelle. Il Film molto e' fedele al libro (fa eccezione l incontro in mezzo al Pacifico del naufrago francese che finisce poi tra le fauci della tigre), anch'esso un po' lento all'inizio ma poi coinvolgente, disturba solo un poco l'eccessiva impronta new age, ma nel complesso merita un giudizio decisamente positivo.
domenica 12 febbraio 2012
Il nuovo film di Martin Scorzese è un capolavoro: fotografia impeccabile ottimizzata per il 3d, malinconico, nostalgico, commovente, poetico, delizioso. Sicuramente segnerà la storia del cinema per l'uso della tecnologia 3D mai troppo invadente, mai fine a se stessa ma fluida e naturale, onirica, coinvolgente.giovedì 22 dicembre 2011
IL COLA

Ci sono persone che non sono persone normali: sono una visione, un alito di vento, un soffio di vita, un sogno... "Cola" era uno di questi. Quando nella Sacra Scrittura leggi: ".. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre Egli se n'andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? ..." se hai conosciuto Nerio Marini non puoi non identificarlo con uno di quegli "uomini in bianche vesti". Se gli angeli si manifestano in qualche modo in questo mondo essi prendono le sembianze di queste persone.
lunedì 1 agosto 2011
Il clandestino delle stelleVoyager 1 va nell'universo

una quiete inattesa e gli ultimi soffi del "vento solare", degli elettroni e protoni emessi dal Sole, non lo raggiungono più. Non ha trovato turbolenze, vortici, brutte compagnie, l'atteso e teorico "shock" che era stato previsto, e continua a sgambettare alla velocità di tredici chilometri al secondo, 46mila chilometri all'ora. Potrebbe viaggiare per sempre, nel "sempre" della vita dell'Universo, anche dopo che il suo cuore nucleare al plutonio avrà smesso di battere nel 2020.È un clandestino dell'Universo, il primo emigrato illegale sfuggito al Sole, che nessun'altra stella o galassia ha mai invitato. Perfetto simbolo delle perenni migrazioni di uomini e cose che l'umanità non cessa mai di compiere, indifferente a leggi, barriere, gravità. Tenta di portare con sé documenti che nel 1977, quando fu concepito e lanciato, fisici, matematici, filosofi della scienza, astrofisici come Carl Sagan, scrissero e immaginarono potessero essere comprensibili e decrittabili da creature intelligenti sparse fra i duecento miliardi di stelle. Potrebbero evitargli l'espulsione, la detenzione o la distruzione. È il "Disco d'oro", che sulle prime i progettisti non volevano perché temevano che potesse alterare gli equilibri sensibilissimi della sonda, ma dovettero accettare.Porta le prime battute dei Concerti brandeburghesi di Bach, sublime esempio di matematica dell'anima, 115 suoni della Terra, vento, mare, uccelli, balene, messaggi dei tromboni politici del momento, il segretario generale dell'Onu Waldheim e il presidente americano Jimmy Carter, dei quali a un ascoltatore del quinto o sesto millennio non potrebbe importare di meno. I saluti di terricoli in 55 lingue diverse; grafici con i parametri che rappresentano il sistema solare; simboli di molecole. Il tutto è inciso su un disco microsolco di rame placcato in oro a 16 giri, come gli album dell'epoca degli Elvis o dei Led Zeppelin, che ormai anche qui sulla Terra sarebbe quasi impossibile da ascoltare, essendo il "16 giri" estinto come i mammuth. Per questo, il "Disco d'oro" è chiuso in un cofanetto sigillato, con testina e puntina incluse, nella speranza che un E. T. un po' arretrato possieda un vecchio giradischi. O che oltre la Via Lattea esista un sito come e-bay dove acquistare apparecchi usati.Porta quindi nello spazio intergalattico il segno di un'epoca che non esiste più e ci appare lontanissima nello spazio e nel tempo, quanto lui. È l'ambasciatore di una Terra che, atomi e molecole ed equazioni a parte, non è più quella che lui lasciò. Anche i ragazzi di oggi, figuriamoci gli "alieni", faticherebbero a riconoscerla. Uomini e donne sono approssimativamente ancora quello che erano, qualche centimetro più alti nella media, grazie alla migliore alimentazione di tanti, e destinati a vivere un poco più a lungo, ma chi dovesse intercettare il clandestino delle stelle non lo saprà mai. Le immagini frontali di un maschio e di una femmina d'uomo, che erano state incise sui dischi inseriti nelle sonde Pioneer anch'esse destinate alle stelle, furono eliminate per le proteste dei puritani, indignati al pensiero che qualche inconcepibile creatura nell'universo potesse scandalizzarsi e pensar male di noi terrestri.Ma le similitudini fra l'oggi e il '77 finiscono con l'anatomia umana. Quel 1977 era l'anno della morte di Elvis Presley e dell'insediamento alla Casa Bianca di Carter, della benzina (in America) a 25 centesimi di dollaro al litro, della pace fra Egitto e Israele, con il primo riconoscimento di uno Stato arabo al diritto israeliano di esistere come nazione sovrana. Era l'anno dell'inaugurazione dell'oleodotto dell'Alaska, quello che avrebbe dovuto soddisfare per sempre la fame di petrolio, del primo volo commerciale del Concorde, della prima risonanza magnetica sperimentata a Brooklyn, dell'ultima esecuzione con la ghigliottina in Francia e della prima esecuzione di un condannato in America, dopo la pausa imposta dalla Corte Suprema. A Sanremo conduceva Mike Bongiorno e vincevano gli Homo Sapiens con Bella da morire e a Roma governava Giulio Andreotti. Proprio nel 1977, Spielberg ci illuse con i suoi Incontri ravvicinati.Il suo computer di bordo, che pure lo ha guidato in un viaggio interplanetario che ci ha regalato immagini meravigliose di Giove, Saturno e la prima foto cartolina del Sistema solare visto da fuori, inviata nel 1990, è un patetico processore con memoria da 68K, sessantottomila byte, quattro milioni di volte più piccola dei 256G, miliardi di byte dentro il minuscolo laptop sul quale sto scrivendo. Ma quella era la capacità dei personal computer che lanciarono la cyberivoluzione che oggi stiamo vivendo nella esplosione della Rete, era la memoria del Commodor Pet, commercializzato proprio nel 1977 o, nello stesso anno, dell'Apple II, l'antenato della dinastia degli Apple Macintosh. È archeologia del futuro, quella che il bambino ormai adulto e uscito dalla casa del Sole porta dentro di sé, nell'ipotesi neppure quantificabile che in un tempo lontano dai noi milioni di anni luce finisca nella rete di qualche pescatore interstellare. Ma se ascoltare il primo movimento dei Concerti brandeburghesi o il fruscio del vento in un bosco non dirà nulla agli ascoltatori di altri mondi, grazie a quell'ammasso di sofisticatissima e antiquata ferraglia che ora vaga tra le stelle, abbiamo finalmente la risposta all'interrogativo che ci tormenta dalla prima volta che il bisnonno scimmia si eresse sugli arti posteriori e alzò lo sguardo verso il cielo notturno. I viaggiatori interstellari esistono. Ed è lui. Io, robot.
sabato 14 maggio 2011
Sotto la crosta di Io, uno dei satelliti di Giove (scoperto da Galileo Galilei) gli scienziati americani hanno trovato un oceano di magma


Io è uno dei satelliti di Giove, il più vicino al grande Pianeta, ed è da tempo sotto osservazione per alcune sue stranezze. Questa settimana, nella rivista Science, ne è stata descritta un'altra: sotto la sua crosta solida ci sarebbe un oceano di magma incandescente.
I dati per capirlo erano lì da 10 anni e passa, li aveva raccolti la sonda NASA Galileo nel 2000, ma c'è voluto tutto questo tempo per permettere ai ricercatori di varie Università americane, fra cui spicca quella di California a Los Angeles, UCLA, per riuscire a capire cosa ci stavano "dicendo". La scoperta è importante perché si pensa che sia la Terra che la Luna, miliardi di anni fa, fossero in uno stato simile. Io ci darebbe insomma in qualche modo una foto del nostro passato, anche se un po' sfuocata.
Subito sotto la crosta di Io, che è di dimensioni circa doppie della Luna, ci sarebbe quindi uno strato di materiale magmatico spesso non meno di 50 chilometri, ma forse molto di più. Questo spiega le continue abbondanti eruzioni con pennacchi, osservati dalle sonde spaziali, che arrivano ai 300 chilometri di altezza, mentre il meccanismo che "scalda" il satellite e innesca le eruzioni è senz'altro dovuto alle enormi maree che Giove, centinaia volte più massiccio della Terra, esercita su Io. In altre parole pensiamo pure a una palla bucata in mille punti con dentro del liquido caldo, il magma, e due forti mani, la gravità di Giove dovuta alla sua imponente massa, che la schiaccia ora qua e ora là. Ma se Giove si diverte a far zampillare lava dai vulcani della sua luna più vicina, Io non sta con le mani in mano e più erutta lava e più distorce il campo magnetico di Giove stesso.
Nonostante tutto il necessario per capire il fenomeno fosse in archivio da 10 anni i ricercatori hanno dovuto cercare di riprodurre in laboratorio il fenomeno, specie per capire come faceva Io, una formica, a disturbare il campo magnetico gioviano, un elefante. Alla fine, come pubblicato questa settimana dai ricercatori USA, il risultato è stato chiaro: il magma incandescente è diverso da quello terrestre, è un composto semiliquido di magnesio e ferro, tale da poter spiegare l'effetto osservato. Rocce, solidificate di questo tipo sono presenti anche sulla Terra, ad esempio in Scandinavia.
Io è un satellite molto "italiano" e importante per la Scienza. Galileo Galilei lo osservò da Padova nelle notti fra il 7 ed il 10 gennaio 1610, con il suo rudimentale cannocchiale, assieme agli altri 3 satelliti: Europa, Ganimede e Callisto. Vederli girare attorno a Giove, nessuno prima lo aveva fatto, lo convinse che nello stesso modo erano i pianeti, compresa la Terra, a girare attorno al Sole. L'evidenza scardinava il sistema di conoscenza di allora, che reggeva da centinaia di anni. Credo a quello che vedo e che posso provare e ripetere, questo il succo di quelle notti fredde di cui darà conto nel suo "Nunzio Sidereo". E fu l'inizio di ciò che oggi chiamiamo Scienza, e scusate se è poco. Per questo la missione fu chiamata Galileo, in onore della sua intelligenza e coraggio.
Lanciata nel 1989, ottobre, finì nel 2003, settembre. Studiò a lungo Giove e i suoi satelliti, fra cui primariamente proprio i 4 scoperti dal Galilei. Dopo aver viaggiato per 4.6 miliardi di chilometri finì la sua missione immergendosi su Giove stesso. In tutto costò 1.5 miliardi di dollari circa e fece lavorare 800 tecnici e scienziati. La conoscenza di Giove, il grande regolatore del Sistema planetario e molto importante anche per la vita sulla Terra, è cresciuta enormemente grazie a questa missione e, come si vede, i suoi archivi riservano ancora importanti sorprese.
venerdì 7 gennaio 2011
IL MALE OSCURO DELLE BANANE

Il fungo Razza tropicale 4, che è solo la più recente seppur più deleteria variante patogena, esiste probabilmente da sempre. E probabilmente i danni sarebbero stati limitati se il colosso americano che un tempo si chiamava United Fruit ma che cambiò nome in Chiquita, non avesse trasformato in una delle più diffuse commodity al mondo il curioso frutto tropicale scoperto dai portoghesi nell'Africa occidentale e da loro importato nei Caraibi e in America centrale agli inizi del '500.
Negli anni d'oro della United Fruit, la varietà coltivata era un'altra. Si chiamava Gros Michel o Big Mike. Ma fu cancellata dal mercato negli anni 50 da un'altra pestilenza, e sostituita dalla Cavendish. Gli scienziati hanno appurato che il fungo uccide bloccando il sistema vascolare delle piante infette. «Inizialmente si pensava che a uccidere fossero le tossine del fungo, ma adesso riteniamo che qualcosa faccia scattare un meccanismo che induce la pianta a suicidarsi». In gergo scientifico il meccanismo è chiamato "morte cellulare programmata". Poiché la continua propagazione del Razza tropicale 4 viene data quasi per scontata, gli addetti ai lavori più che una cura sperano si riesca a trovare una varietà di Cavendish resistente al fungo.
A Brisbane, in Australia, il professore della Queensland University of Technology James Dale è impegnato nella modificazione genetica di Cavendish da circa 20 anni. E con il suo team è alla ricerca di un un gene che possa agire da interruttore disattivando il meccanismo di morte cellulare programmata. In pratica un gene che impedisca alla pianta di suicidarsi. Ma c'è anche chi cerca una soluzione con metodi di selezione tradizionali. In primis l'agronomo honduregno Juan Fernando Aguilar, il quale ha scoperto che le Cavendish non sono del tutto sterili. Con una procedura di fertilizzazione forzata, Aguilar è riuscito a produrre un seme ogni diecimila banane. Da uno di questi preziosissimi semi è nata ha una piantina - codice 06-04-333 - che lui chiama "mi esperanza". La speranza è che sia la capostipite di una nuova Cavendish a prova di fungo.
domenica 2 gennaio 2011
venerdì 31 dicembre 2010
31 dicembre 2010 - TE DEUM del cuore
E ora che l’anno finisce, il cuore deve decidere da che parte stare. Il cuore, che è la sede delle decisioni che davvero segnano l’esistenza, come dice la Bibbia. E il nostro cuore, adesso che finisce un anno duro e pieno di fatiche, deve decidere: lamento o gratitudine?
Hai mille motivi per lamentarti, cuore nostro. Molte notizie che anche oggi troviamo sui giornali farebbero salire parole dure dal cuore. Ma come c’è la durezza della pena, c’è anche la durezza della gioia. La resistenza, la forza della gratitudine.
La gratitudine per le cose da niente che costellano la nostra vita. Per il respiro che ancora ci viene accordato, e il riso e anche per il pianto con cui conosciamo il dolore e l’amore. Le cose che non fanno notizia, come il sorriso di un figlio, l’occhiata della persona che amiamo, il suo voltarsi quando la salutiamo. Quelle cose da niente che non fanno notizia, ma che ci suggeriscono una gratitudine invincibile. E noi vogliamo scegliere di rendere grazie per queste cose da niente. Vogliamo ringraziare per tutte le madri che, camminando lavorando soffrendo, non perdono la speranza. E custodiscono l’amore. Per tutti quelli che non fanno notizia e fanno andare il mondo, mettendo cura e pazienza in lavori senza onori apparenti. Gratitudine per la bellezza spaventosa e dolce di questo posto chiamato Italia, edificato dal genio, dalla fede e dalla operosità dei nostri padri, sotto i cui cieli abitiamo e vediamo panorami per cui vale la pena essere venuti al mondo.
Il nostro cuore decide di ringraziare, in questa fine d’anno. Per le cose che ci hanno corretto. Per quelle che, pure facendoci soffrire, ci hanno legato di più a ciò che vale. Vogliamo rendere grazie per la benedizione dei bambini nostri e per quelli degli altri. Per i loro visi dove tutto reinizia. E per la pazienza dei nostri anziani, che onorano il tempo senza sentirlo come una ingiustizia, ma come un chiarimento. Vogliamo ringraziare per la pazienza preziosissima dei sofferenti nel corpo, nella mente. Per chi è restato senza lavoro, ma non senza dignità. Per le cose che non fanno mai notizia, come la cura e l’amicizia offerta da tanti a chi è solo. Per il mare di bene che con onde silenziose sostiene il nostro viaggio. Ora che l’anno finisce strapperemo il cuore dalle mani del demonio lamentoso che vorrebbe non farci vedere come i cuori di tutti cercano il bene. Ora che finisce l’anno con tutte le sue ferite e le sconfitte e le perdite, ringrazieremo per tutti i doni, e per il segreto bene che si nasconde anche nel patimento se una mano ci passa sugli occhi come ai bambini. Ringrazieremo per tutti gli abbracci silenziosi. Per i baci di amicizia e di amore scambiati. Per le cose da niente che non fanno notizia ma hanno fatto la vita e la speranza per questo anno che finisce. E ringrazieremo per il dono più misterioso di tutti, la fede. Per le mani che ce lo hanno offerto, per i volti che lo hanno confermato in mezzo alle tenebre dell’anno. Per i dolci amici che ci hanno parlato di Lui, Signore buono dell’anno che va e dell’istante che viene.
mercoledì 1 dicembre 2010
Verona e la cura dei malati, una storia di cinque secoli

Una lezione a quest'Italia degli sprechi



Quello che si inaugura oggi a Verona è il Polo chirurgico più grande d'Europa. Una struttura che consolida e amplifica la grande tradizione scaligera nella Sanità di alto livello.mercoledì 27 ottobre 2010
Etsuro Sotoo e la Sagrada Familia


Con tenacia orientale cercò l’accesso e si ritrovò davanti all’architetto Puig i Boada, uno dei direttori del cantiere, che lo ascoltò e gli disse: «Scolpisca una foglia di nespolo». Solo una foglia? Gli sembrava un esame fin troppo banale, ma la commissione restò convinta. Quella foglia… sembrava fatta da Gaudí stesso. Non era imitazione, né falso, né piaggeria. Era sintonia. Da allora Sotoo ha completato molte parti in profondo accordo con il maestro.
Quarantatré anni dedicò Antoni Gaudí alla Sagrada Familia, dal 1883 al 1926, come i costruttori delle grandi cattedrali, in maniera sempre più intensa ed esclusiva, fino a trasferirsi dentro al cantiere. Alla sua morte era conclusa la cripta e qualche torre, ma egli vedeva l’immensa opera nei dettagli. Una soleggiata mattina d’inverno gli chiesero di spiegare il progetto e Gaudí descrisse a lungo ogni particolare con i relativi significati.
Gaudí era cosciente che il suo ingente monumento avrebbe richiesto tempi molto lunghi e l’intervento di architetti e artisti diversi in epoche di gusti e tecnologie diverse. Così non volle fissare le tecniche costruttive perché sapeva che i progressi futuri avrebbero suggerito soluzioni migliori. Ma per lo stesso motivo lasciò terminate certe parti fino alla minuzia perché servissero d’orientamento in tempi avvenire. Com’è stato. Nella Guerra civile furono distrutti i progetti.
Ci sono rimaste le sue parole, forse i suoi sogni. «Sull’altare maggiore – spiegava – si adorerà il Divino Crocifisso, dal cui braccio verticale uscirà una vite, a simboleggiare le parole di Cristo: "Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto; chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca". La vite formerà un baldacchino che sarà allo stesso tempo un lampadario. Cinquanta lampade penderanno da esso, a ricordo della frase del Salvatore: "Io sono la luce del mondo", come nel primitivo altare di san Giovanni in Laterano».
Oggi, con le navate concluse, è bellissimo sentire ancora la sua voce dinanzi a ciò che è stato costruito un secolo dopo: «Stiamo studiando il modo di imprimere agilità e permettere il passaggio della luce, ottenendo leggerezza tramite l’assenza di masse murarie, mediante un sistema di archi parabolici che conducono le spinte fino alle fondamenta… Il tempio sarà molto luminoso, con belle filtrazioni di luce, combinandosi quella che scenderà dalle alte torri con quella dei finestroni di cristallo».
Etsuro Sotoo riconosce con modestia qual è stata la chiave che ha permesso di proseguire l’opera senza un progetto: non tanto guardare Gaudí, ma guardare dove guardava Gaudí: «Unire struttura, funzionalità e simbolismo è uno dei segreti dell’opera di Gaudí che dobbiamo imparare. Nel mondo di oggi l’autentico simbolismo, quello che può dirigerci verso il nostro destino, è assente. Il simbolismo dà senso a tutti i materiali. Il disegno dei simboli è come la genetica: nel mondo c’è caos e Dio ha messo ordine. Il simbolismo è il linguaggio con cui Dio ci fa capire l’ordine delle cose». Rimettendo le mani dove le aveva messe Gaudí, aggiungendo sculture e ornamenti, Sotoo è approdato alla fede cattolica. Un suggello dell’immedesimazione col maestro.
mercoledì 1 settembre 2010
L'equazione di Drake ieri e oggi. Ovvero è impossibile che gli extraterrestri non esistano

È così che cinquant'anni fa, nel 1961, l'astrofisico americano Frank Drake propose un modo analitico per stimare quante civiltà al nostro grado di evoluzione (ovvero civiltà che usano le trasmissioni elettromagnetiche per le comunicazioni) sono presenti nella galassia.
Il fatto curioso è che il valore di nessuna delle sette variabili dell'Equazione di Drake, è conosciuto.
Quante stelle nascono ogni anno? Negli anni 60, Frank Drake aveva stimato che nascessero ogni anno dieci nuove stelle. Poi, in tempi più recenti, ha deciso di rivedere al ribasso la sua stima originale: 5 stelle all'anno. In realtà, la Nasa ritiene che mediamente nascano sette nuove stelle all'anno. Col risultato che la prima variabile dell'equazione è forse l'unica ad avere un valore conosciuto.
Quanti pianeti adatti alla vita per sistema solare? La Terra se ne sta in un angolo dorato del sistema solare, dove la vita è possibile: se fosse solo un po' più vicina al Sole come Venere, l'acqua evaporerebbe; se fosse solo un po' più lontana come Marte, ghiaccerebbe. Se la sua massa fosse come quella di Giove, la gravità sarebbe insopportabile per la vita. Così, rispondere alla terza domanda dell'equazione è molto, molto difficile: Drake stimò che due pianeti per ogni sistema multiplanetario hanno la potenzialità di sostenere la vita. In compenso, mentre fino a un anno fa la maggioranza dei pianeti extrasolari che venivano trovati erano simili a Giove. Con Keplero, stiamo scoprendo che sono più comuni i pianeti di dimensioni simili (anche se più grandi) al nostro.
In quanti appare la vita? Secondo Drake, in tutti. In altre parole, laddove ci sono le (numerose) condizioni che hanno consentito la vita sulla Terra, la vita puntualmente appare. Se un tempo questa ipotesi poteva apparire azzardata, oggi gli astrobiologi sono fondamentalmente d'accordo. Questa visione è in qualche modo sostenuta dalla scoperta di materiali organici nello spazio, a bordo di meteoriti. Dalla presenza di acqua nelle comete e in altri corpi celesti. E, osservando quel che accade sulla Terra, anche dall'esistenza di forme di vita in circostanze ambientali proibitive, come gli estremofili, batteri che prosperano alle bocche dei soffioni oceanici, dove la temperatura e la pressione sono spaventose. L'idea è che, quando ci sono le condizioni, la vita nascerà.
E in quanti la vita intelligente? Secondo alcuni, ci sono le prove che, se i dinosauri non si fossero estinti, avrebbero avuto la potenzialità di far evolvere a sufficienza la propria materia grigia. Su questo valore della sua celebre equazione, Drake ha fatto una revisione significativa: negli anni 60 stimò un 1% e qualche anno fa, il 20 per cento. Ma in effetti questo valore è assolutamente ignoto: siccome esistiamo noi, sappiamo solo che è diverso da zero. Carl Sagan, un altro entusiasta della vita extraterrestre, la mise così: «L'intelligenza è così utile all'evoluzione che, a patto che sia geneticamente fattibile, la selezione naturale sembra incoraggiata a farla apparire».
Di sicuro, se ci fossero 50 civiltà nella nostra galassia, sarebbero soltanto una ogni 4 miliardi di stelle. Se fossero 10mila, sarebbero una ogni 20 milioni. Con questo calcolo di spaventose possibilità, tutto è possibile
venerdì 20 agosto 2010
Addio al suonatore di cornamusa

martedì 13 luglio 2010
È americano il capo dei ribelli islamici in Somalia

Dall'Alabama a Mogadiscio La storia di Omar Hammami è stata raccontata dal New York Times e ha fatto in breve il giro del mondo. Una storia paradossale. Considerando che la Somalia è una terra di nessuno, bestia nera per gli americani e la loro lotta al terrorismo e che a capo dei terroristi somali c'è proprio un ragazzo americano, dalla testa ai piedi, figlio di un ingegnere siriano e di una maestra americana. Cresciuto in un paese del Sud, in Alabama, terra di coltivazioni di cotone e di epopea blues, il giovane Omar ha frequentato la chiesa battista fino ai suoi 15 anni. Cantava a Natale nel coro della parrocchia. Gli amici lo ricordano come un tipo brillante, appassionato dei Nirvana e dei videogiochi sulla Nintendo. Teen ager cresciuto ad hamburger e onion ring che leggeva Shakespeare e sognava di diventare medico chirurgo. Dieci anni dopo, Omar è finito a 13mila km di distanza dalla sua Alabama a fare la "bella vita" nel Corno D'Africa. Ormai la sua casa è l'inferno di Mogadiscio: è diventato il capo delle milizie islamiche tra le più brutali nel mondo, gli al-Shabab, legati a doppio giro alla rete di al-Qaeda, che si sono dati come obiettivo quello di sconfiggere il fragile governo di transizione somalo, anch'esso islamico, ma moderato, sostenuto dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale.
Contro la modernità Due giorni fa gli shabab hanno attaccato la sede del palazzo presidenziale a Mogadiscio. I caschi blu africani sono riusciti a respingere l'attacco. Per ora. Gli shabab hanno reso la capitale somala una città fantasma. Hanno perfino vietato il gioco del calcio, la palla in strada e l'uso dei videogiochi. Contrari, dicono, alle regole dell'Islam. Quale Islam? Qualche mese fa hanno messo una bomba in un albergo dove il ministro di transizione somalo all'istruzione premiava alcuni ragazzi che nell'inferno somalo erano riusciti a laurearsi.
"L'americano" In soli tre anni Hammami è diventato il capo riconosciuto degli shabab. "L'americano" prepara gli attacchi a Mogadiscio e definisce le strategie di guerra con i responsabili di al-Qaida. E' diventato una sorta di icona di combattente islamico per i fanatici della guerra santa e attira, con il suo esempio, centinaia di combattenti stranieri. Ma la sua conversione all'Islam radicale è maturata da poco. Dopo l'attentato dell'11 settembre e con la guerra in Irak. Poco a poco imbraccia la dottrina salafita e si convince che se i musulmani nel mondo soffrono è perché hanno perduto la loro vera religione. Bisogna, dice, lanciarsi in una guerra santa spirituale e praticare i precetti della religione con vera devozione. Comincia a non ascoltare più musica, a non guardare più le ragazze della sua età, a badare di non dormire mai rivolto di schiena alla Mecca. Nel 2002 abbandona l'Università perché non sopporta più stare assieme a persone diverse da lui. Si trasferisce a Toronto, in Canada, dove vive una importante comunità musulmana. Da lì comincia a considerare gli Stati Uniti, suo paese natale, in maniera differente: il nemico da combattere. Sposa una bella ragazza somala, Sadiyo Mohamed Abdille, rifugiata in Canada. Ma dopo pochi mesi, decidono di andare a vivere in un paese musulmano e si trasferiscono in Egitto. Ormai Omar parla arabo correttamente. Il Sud, cioè la Somalia, è la sua terra santa. Si trasferisce lì e comincia a combattere a nome dell'Islam nella guerra civile che dal 1991 ha devastato l'ex colonia italiana, in un caos infernale tra signori della guerra, fazioni e pirati. E' intelligente, preparato, conosce bene le nuove tecnologie e non ci mette molto a diventare il capo delle operazioni militari dei ribelli. Il resto è cronaca.
KAMPALA
Ieri sera ho ascoltato tutti i telegiornali nella speranza di avere aggiornamenti su quanto accaduto in Uganda ed ho così visto i servizi sul gay pride, sui festeggiamenti a Madrid per la vittoria nella coppa del mondo, sulle stupidaggini di Casini, Bossi, Di Pietro, Fini, sull'afa, ma nulla, assolutamente nulla, sui 72 morti nell'attentato terroristico di Kampala. Solo il telegiornale della BBC all'una di notte ha dato un breve aggiornamento. Mi domando cosa sarebbe accaduto dal punto di vista mediatico se il medesimo attentato si fosse verificato in un paese europeo.... questo ci dà l'idea di quanto sia decadente il nostro Paese, ormai in declino, diviso, rinchiuso in se stesso, concentrato sul suo presente, sugli interessi corporativi, incapace di vedere oltre la rete del giardino di casa. E' triste pensare che la vita degli africani valga meno dei servizi stantii sull'afa estiva.
sabato 2 gennaio 2010
ELISA: DOV'E' FINITA LA "PIETAS"

Lettera inviata al Giornale di Vicenza (che probabilmente non verrà mai pubblicata)
Spett. Sig. Direttore,
stiamo assistendo, giorno per giorno, ad un progressivo imbarbarimento della nostra società che si manifesta non solo attraverso lo spettacolo indecoroso della politica, ma anche attraverso fatti apparentemente insignificanti o considerati normali e soprattutto, attraverso un cattivo giornalismo. Come ha affermato il Papa nella sua omelia dell’8 dicembre, i giornali, abituandoci alle cose piu' orribili ci fanno diventare insensibili e, in qualche maniera, ci intossicano.
Purtroppo devo rilevare con rammarico che anche il suo giornale non è esente da questa deriva. Mi riferisco all’articolo di Ivano Tolettini pubblicato in prima pagina il 30 dicembre 2009 col titolo “Muore disidratata a due anni”.
Cosa c’è di tanto terribile i questo articolo ? In realtà, leggendolo, non si rileva nulla di particolare se non una cronaca asciutta, impersonale, intrisa di luoghi comuni, ma è il titolo che sconvolge, la sua posizione in prima pagina, la sua crudeltà, la sua violenza che richiama immediatamente l’attenzione e fa pensare ad un fattaccio di cronaca nera, a chissà quale colpa o sbadataggine della mamma che avrebbe lasciato morire la sua bimba o magari, tra le righe, ad un possibile episodio di malasanità. Tutto è lecito pur di far “cassetta”, di aumentare le vendite.
Dove è finita la “pietas” ? La civiltà romana, all’apice del suo fulgore, aveva fatto della “pietas”, celebrata da Virgilio nell’Eneide, il centro del suo insegnamento morale.
La “pietas” è definibile come una qualità universale, in quanto occupa i principali campi del vivere umano: si tratta di dovere e devozione verso gli dei, di amore ed affetto, tanto per i genitori ed i figli quanto per la patria e gli amici, e infine di personale clemenza, giustizia e senso del dovere. Vi è nella pietas l’apertura a valori anche nuovi che prenderanno forma in età successive: misericordia e humanitas.
La “pietas” intesa come capacità di ragionare con calma contrapposta al “furor” ovvero un modo di agire abbandonandosi alle emozioni senza ragionare (Enea contrapposto a Turno).
La nostra civiltà è diventata la civiltà del giustizialimo spiccio, del furor di popolo, del razionalismo esasperato: l’errore umano non è ammesso, se succede qualcosa di imprevisto deve esserci comunque un responsabile che deve pagare, tutto si può spiegare con l’apporto della scienza. Oggi è scomparso completamente il senso del divino e del soprannaturale, il mistero della vita e della morte, il calore umano e la partecipazione.
Un fatto cosi’ drammatico come la morte improvvisa di una bambina andrebbe raccontato con delicatezza, attenzione, partecipazione e tenerezza. Ogni uomo ed in particolare una mamma colpita da una disgrazia cosi’ grave andrebbe trattato come una realtà sacra, pechè ogni storia umana è una storia sacra e richiede il più grande rispetto.






