
I primi a contemplare l'ampiezza di quella tragedia furono i marinai della flotta navale russa ancorata in quei giorni ad Augusta. Arrivarono il 29 al mattino. A quelle fatali 5 e 21 del 28 dicembre all'Osservatorio Ximeniano, senza ancora capire dove questo fosse accaduto, già avevano annotato: «È incominciata una impressionante, straordinaria registrazione. Le ampiezze dei tracciati sono state così grandi che non sono entrate nei cilindri: misurano oltre 40 centimetri». Il 30 dicembre, alle prime ore del mattino, il re Vittorio Emanuele III e la regina Elena sbarcavano a Messina.





Ci hanno vissuto e ancora ci vivono, in più di tremila, nell’anno domini 2008, a cent’anni dal sisma: i quartieri dell’Annunziata, del Fondo De Paquale o di Giostra, come le stratificazioni geologiche della storia d’Italia, della sua classe politica siciliana e no, del suo squallore. Ché le baracche di Messina sono, oggi, una lezione di architettura da favelas a cielo aperto, dove l’infiltrazione mafiosa e quella dai soffitti, che si aprono su squarci di cielo, sono tutt’uno.